Aiutiamo questi "poveri" evasori
di Pasquale PROFITI

 

 

 

Procederò a porre delle domande ed a fornire delle risposte. Non saranno neutre, né le une, né le altre. E’ un modo per giungere ad illustrare una tesi, corroborata da dati. Niente di originale, beninteso. Quei dati e quella tesi sono purtroppo ancora attuali perché il famoso cambiamento di cui si parla è solo l’etichetta che copre la data di scadenza di un prodotto scaduto da tempo.

La tesi è che la limitazione dell’area di rilevanza penale dell’evasione fiscale voluta dal Governo accentuerà ancor di più lo spread di legalità tra noi ed i paesi economicamente sviluppati; quello spread è una della cause, tra le più importanti, dello spread economico che vede l’Italia sempre più lontana dalla media europea. Mi consentirò, al termine, alcune osservazioni sul diritto di parola e dovere di riserbo dei magistrati.

 

Domanda: è una novità la normativa che il governo vuole introdurre in materia di reati per condotte di evasione fiscale?

 

Risposta: per nulla. Nel 2000 fu introdotta una normativa sui reati tributari completamente nuova; si depenalizzarono una serie numerosissima di condotte che violavano obblighi tributari. Si asseriva, all’epoca, che fosse meglio concentrarsi sulla vera evasione, limitando le condotte che costituivano reato. Con le nuove norme che il governo oggi vuole introdurre quei limiti sono elevati.

 

Domanda: mi fai qualche esempio?

 

Risposta: eccone uno. Se fino a ieri per commettere un reato di dichiarazione infedele occorreva, congiuntamente, nascondere oltre due milioni di ricavi in dichiarazioni con conseguente evasione d’imposta di oltre € 50.000, per le nuove norme si dovrebbe arrivare ad almeno tre milioni di ricavi non dichiarati e non meno di 150.000 euro di imposta evasa. Insomma si deve nascondere al fisco, in un solo anno, circa trent’anni di stipendi del mio lavoro; molto di più di quanto un medio lavoratore può guadagnare in un’intera vita lavorativa. Tieni conto, poi, che parliamo di reati minori, sanzionati con pene lievi, da uno a tre anni. In pratica nessun arresto ed il carcere non ci sarà mai.

 

Domanda: fammi un altro esempio?

 

Risposta: oggi, se un imprenditore incassa l’IVA e poi non la versa al fisco, pur dichiarando di doverla versare, commette reato solo se si tiene in tasca più di 50.000 euro. Quando entreranno in vigore le nuove norme potrà tenersene fino a 150.000 all’anno. Pensa, quando vado nelle scuole spiego che l’IVA che incassa un imprenditore non è sua, ma la prende dal consumatore per darla allo Stato; chiedo, a questo punto, come chiamerebbero chi si tiene l’IVA, che è dello Stato, per sé. La risposta è sempre la stessa: è un ladro, commette un furto. Poi spiego che questo “ladro” deve “rubare”, tenersi per sé, almeno 50.000 euro non suoi, che diventeranno 150.000 per essere considerato tale, mentre se qualcuno ruba una maglietta di 50 euro rompendo la placca antitaccheggio commette un reato per il quale può scattare l’arresto, punito fino a sei anni.

 

Domanda: e la norma che viene detta “salva Berlusconi”?

 

Risposta: io non so proprio se sia stata messa per questo. Se fosse utile a combattere l’evasione andrebbe benissimo. Il problema è che introduce un altro ostacolo per poter arrivare a commettere un reato: oltre ai requisiti che ti ho detto, l’imposta evasa deve essere più del 3% dell’imposta dichiarata. In pratica se evado 300.000 euro di IVA, soldi e ricchezza che non ho prodotto io, la faccio franca se ho dichiarato di dovere al fisco 10 milioni di IVA. Insomma un’altra condizione per commettere reato: una grande impresa deve proprio mettersi d’impegno per andare nel penale evadendo, altrimenti non ce la fa.

 

Domanda: ma le imprese sono troppo assillate dal controllo soffocante della repressione penale e non sprigionano energie vitali per la ripresa economica; sono già tartassate dalla crisi. Che ne pensi?

 

Risposta: ti rispondo così; il paese che economicamente tira di più in Europa è la Germania, lo sanno tutti. Nel 2013 un’università svizzera fece una comparazione tra i detenuti che nel 2011 erano nelle carceri dei paesi aderenti al Consiglio d’Europa per condanne definitive, distinguendoli per categoria di reati. Normalmente, quando nelle scuole chiedo di fare delle ipotesi sulle cifre dei detenuti per reati economici e finanziari in Italia ed in Germania, nessuno riesce, nemmeno lontanamente, ad avvicinarsi alla proporzione: 156 in Italia, 8601 in Germania. Hai letto bene: 8601 contro 156. Per noi sono solo 0,4% della popolazione carceraria; la media europea è del 4,1%, 10 volte superiore a noi, 55 volte meno della Germania. Eppure noi siamo sempre in cima alle classifiche mondiali della stima dell’evasione fiscale.

 

Domanda: quindi tu proporresti più carcere per gli evasori, i falsificatori di bilancio, i bancarottieri?

 

Risposta: non penso sia una questione di carcere. Io applicherei un’interdizione patrimoniale perpetua. Chi commette questi reati non merita di stare più sul mercato. L’azienda va confiscata, come si fa per i mafiosi, con amministratore giudiziario e vendita al miglior offerente che dia garanzia di continuità. E poi confisca patrimoniale, con presunzione che tutto il loro patrimonio sia frutto di illecito. Infine: mai più a fare impresa alle spese della collettività. La sanzione detentiva potrebbe anche non servire o restare com'è.

 

Domanda: e con la crescita come la mettiamo?

 

Risposta: guarda che le imprese che evadono, corrompono, falsificano impediscono la crescita. Per questo la Germania è così rigorosa. Non investono in ricerca e sviluppo perché stanno sul mercato grazie all’evasione e guadagnano con la corruzione. Anche qui i dati sono chiari: sia nel settore pubblico che in quello privato investiamo meno della media europea in ricerca e sviluppo.

 

Domanda: tu vai nelle scuole ed ora vuoi scrivere queste cose. Ma il premier ha detto che preferisce i magistrati che parlano con i provvedimenti. Non sarai tra coloro che gli piaceranno, non pensi?

 

Risposta: se il premier avesse fatto riferimento ai magistrati che parlano delle loro indagini, io sarei in cima alla Sua classifica dei benemeriti. Pensa che mi sono sempre rifiutato di partecipare a qualsiasi conferenza stampa relativa alle indagini da me svolte; perché c’è la presunzione d’innocenza e perché come magistrati dobbiamo sempre evitare di sposare una tesi, per essere liberi nel processo di cambiare opinione e sostenere l’innocenza anche di chi è stato arrestato. Il Presidente del consiglio però si riferiva ai magistrati che esprimono le loro idee per migliorare la giustizia, con osservazioni critiche, pensando di poter dare un contributo. Il premier, in realtà, di magistrati ne ha chiamati a “corte” e non perde occasione di esporre il loro nome come vanto delle sue scelte. A non piacere in realtà sono quelli che esprimono la loro opinione critica sulle riforme in materia di giustizia. Anch’io quindi non gli piacerò. Ma sai che ti dico? Uno dei peggiori difetti mostrati dall’Italia nella sua storia non è stato tanto la qualità di chi ha preso il potere, spesso non all’altezza, ma il numero dei cortigiani che non hanno osato criticarlo. In fondo a dire certe cose, oggi, se ti va male, rischi la carriera, un incarico, un procedimento disciplinare. Niente in confronto a chi ha rischiato e dato la sua vita. Non starei dalla loro parte se oggi tacessi.

 

                                                                                                Pasquale Profiti