Associazione Nazionale Magistrati Convegno
GIOVANI MAGISTRATI E FUTURO DELLA GIUSTIZIA (Palermo, 8 giugno 2007)
INtervemto del Segretario del Movimento Carlo CITTERIO

1. Care colleghe e cari colleghi.

Bene ha fatto l’ANM ad offrire questa occasione di confronto con e sui ‘giovani magistrati’, manifestando nei fatti l’intenzione di condividere i particolari problemi che, nell’ambito della magistratura, i magistrati di prima nomina e quelli che esercitano le funzioni nei primi anni della carriera incontrano.

Debbo dire che già l’impostazione e il contenuto degli interventi di questo convegno aiutano ad evitare quello che può essere un grave rischio di fraintendimento: pensare ai giovani magistrati come una categoria avulsa dalla restante magistratura e, soprattutto per quel che mi preme evidenziare, arroccata ed interessata solo all’aspetto materiale/quantitativo dell’esercizio della nostra funzione giurisdizionale: la retribuzione, il carico di lavoro, gli aspetti burocratico formali del nostro peculiare rapporto di lavoro. E sono davvero lieto di questo, sicchè l’auspicio di Maria Falcone e Agnese Borsellino in apertura del convegno risponde ad una speranza sicuramente fondata.

Il contatto con gli uditori giudiziari – qualifica e denominazione che, pur appartenendo alla storia professionale di ciascuno di noi, parrebbe in via di estinzione con le modifiche contenute nel disegno di legge del ministro Mastella –, con i magistrati di prima assegnazione e con quelli che da pochi anni esercitano la propria funzione, costituisce invece quasi sempre l’occasione per trarre nuovo entusiasmo e rinnovata consapevolezza della delicatezza e dell’importanza del nostro lavoro. Per la collettività, per lo Stato, per il nostro stesso essere persone e cittadini.

Sì, perché l’ingresso di un nuovo magistrato ed il contatto con lui è sempre – per il ‘magistrato normale’ – l’occasione per riflettere sulla propria esperienza professionale, sulle aspettative e le attese, sulle motivazioni che ci hanno condotto all’impegno per tutti faticoso per accedere a questa professione, su quanto e come abbiamo fatto, sulla quantità e qualità delle speranze che ci sono rimaste, su quelle che abbiamo accantonato se non perso, sulla possibilità di recuperarle. Ciò per quanto attiene al lavoro giurisdizionale in senso stretto, al ruolo sociale e ‘politico’ (termine che uso con riferimento alla collocazione che la Costituzione ci dà nella struttura dello Stato e delle sue funzioni e nel rapporto con gli altri cittadini), ma anche alla vita associativa ed alla realtà del governo autonomo della magistratura. La genuinità delle motivazioni e della disponibilità della stragrande maggioranza dei neo e giovani magistrati impone infatti al magistrato di maggior esperienza professionale il rinnovato confronto con il mondo dei valori che permeano l’esercizio concreto della nostra funzione, e la verifica del proprio sforzo di fedeltà ad essi.

2. Ed è esperienza propria di ogni ‘magistrato normale’

(espressione con cui definisco tutti quelli di noi che hanno a cuore l’esercizio corretto ed efficace della propria funzione - ben consapevoli che le prerogative che ci sono date sono solo strumentali ad assicurare un servizio giustizia corretto, trasparente ed efficiente nell’interesse di tutti i cittadini, e non fonte di privilegi corporativi che esaltano l’autoreferenzialità del nostro ruolo - e che auspicano specialmente una cosa sola: esser messi nelle condizioni di poter lavorare come si deve e quindi in grado di assicurare quella pari posizione dei cittadini di fronte alla legge che è, a mio parere, il principio cardine del nostro sistema giuridico)

la consapevolezza come già dal primo contatto, e poi subito nei primissimi anni di carriera, il sistema-magistratura manifesti ai giovani magistrati le proprie straordinarie potenzialità e le proprie purtroppo non infrequenti inadeguatezze oggettive, quando non vere e proprie miserie soggettive. Mi riferisco, ovviamente, alla capacità di trasmettere e far vivere ai giovani magistrati l’impegno costante per la quotidiana concretizzazione dei valori, e di far acquisire la consapevolezza della giustificazione dei sacrifici personali che ciò comporta, ovvero alla sperimentazione dell’insufficienza all’adeguato svolgimento della propria funzione, quando non già all’immediata strumentalizzazione delle funzioni e delle attività di servizio istituzionale.

3. Due esempi, tra i tanti.

Il ruolo e l’attività del coordinatore e dei singoli magistrati affidatari, per gli uditori.

Fin da un momento d’importanza fondamentale nella vita professionale di tutti noi, qual è l’uditorato, si sperimentano le due impostazioni, quella finalizzata al servizio e quella tendente al privilegio corporativo ed all’autoreferenzialità, che si imparerà poi costituire le due possibili anime del governo autonomo. Così la scelta di coordinatore ed affidatari può avvenire per l’effettiva capacità ed idoneità, anche pretendendo il relativo servizio dal magistrato in grado di adempiervi al meglio e che pur non si sia spontaneamente reso disponibile, ovvero secondo il criterio della mera anzianità (per sé specialmente in questo settore del tutto secondario) o peggio ancora per appartenenze correntizie. Così l’attività del coordinatore e degli affidatari può essere finalizzata ad un’effettiva, ancorché inevitabilmente concentrata, crescita e comunicazione di esperienza professionale, buone prassi, deontologia, ovvero mettere tutto ciò in secondo piano, se non addirittura pretermetterlo, dando priorità allo sfruttamento dell’uditore, al viverlo come fastidioso ma inevitabile peso, e peggio a considerarlo un nuovo elettore da conquistare, immediato per l’ANM e prossimo per il CSM. Anche la prassi di un’assegnazione congiunta di uditori al medesimo affidatario appare negativa. Del resto, è significativo che sia stato addirittura pubblicamente sostenuto che tutti i magistrati, anche quelli che lavorano in uffici giudiziari dove per legge non possono essere assegnati uditori giudiziari, hanno ‘diritto’ all’attribuzione dell’incarico di coordinatore o assegnatario per ‘non essere pregiudicati nella loro carriera’ (la medaglietta o stellina che viene a mancare). Cosicché si manda in trasferta l’uditore, o addirittura si considera fisiologico che il coordinatore operi da lontano, in un modo che inevitabilmente esalta aspetti burocratici sulla conoscenza e verifica personale permanente, con una singolare ma significativa inversione del senso delle cose, per cui la scelta del coordinatore non è funzionale al miglior uditorato, ma la sorte degli uditori è condizionata alle esigenze del ricercato cursus honorum dell’aspirante coordinatore, o affidatario, cui manchi quella medaglia per rispondere al 100% dei requisiti di qualche circolare per il conferimento di successivo incarico cui ‘fin da piccolo’ aspira.

I giovani magistrati possono subito scegliere da che parte stare, sono in grado di distinguere tra coordinatore e affidatario ‘cerca voti’ e quelli che rimangono tuttora punti di riferimento autorevole per il ‘pronto soccorso lavorativo’ così frequentemente necessario ed opportuno nei primi anni di lavoro. O tra coloro che hanno subìto o strumentalizzato la loro presenza e coloro che hanno cercato di dar loro quanto potevano, sia pure ‘in pillole’, e non solo sul piano dei contenuti tecnici ma anche su quello essenziale della deontologia e dei valori. Direi anzi ben di più: anche i giovani magistrati debbono scegliere da che parte stare.

Il secondo esempio. La capacità dei dirigenti degli uffici.

Spesso sembra che per il capo dell’ufficio il magistrato sia soprattutto ‘un ruolo coperto’, succeda poi quel che succeda. Ciò è particolarmente grave con i magistrati di prima assegnazione e comunque di prima esperienza, che troppo spesso finiscono abbandonati a se stessi, con ruoli anche ‘ingestibili’, senza un conforto costante che coniughi l’autonomia del singolo magistrato con la verifica del primo lavoro. Quando poi alle inevitabili ed evidenti difficoltà dell’impatto con il lavoro si aggiungono quelle proprie di una sede remota dal centro di interessi familiari, a volte anche in ambienti e territori dove il contatto interpersonale può creare problemi di non immediata percezione e visibilità, questo sostanziale ‘abbandono’ del ‘nuovo titolare’ della ‘casella scoperta’, e dei fascicoli che disordinatamente la compongono, si manifesta particolarmente dannoso e improvvido ma, prima ancora, ingiusto e ingiustificabile. Un valentissimo giovane collega mi ha suggerito, a questo proposito, l’espressione: ‘amatorialità’ con cui si viene mandati in campo all’inizio. Certo non si invoca un capo dell’ufficio ‘chioccia’: ma un dirigente attento, esperto, sicuro punto di riferimento, equo e capace organizzatore e verificatore – nell’ambito dei suoi poteri – sì!

Troppi ancora giovani magistrati sperimentano a volte sostanziali male pratiche di nonnismo giudiziario, nell’organizzazione dei turni anche esterni, delle ferie, della designazione quale relatore ed estensore di provvedimenti, della distribuzione del lavoro giurisdizionale o d’indagine. Anche qui, perché troppo spesso il capo dell’ufficio privilegia il quieto vivere rispetto all’impegno per un’organizzazione anche tabellare che corrisponda ad efficienza ed equità e che imponga scelte che possono scontentare qualcuno. Si è parlato di “debolezza” dell’uditore giudiziario, e del giovane magistrato, ed effettivamente la minore esperienza ed anzianità di servizio, le implicazioni anche psicologiche dell’impatto con le responsabilità del concreto esercizio della giurisdizione, l’immediata dipendenza dal potere del capo dell’ufficio per la prima ravvicinata valutazione di professionalità, ben determinano una situazione di debolezza, aggravata dal fatto che all’attribuzione di responsabilità, anche sovradimensionate o improprie, non si accompagna l’azione fattiva per assicurare condizioni di lavoro dignitoso e contesti organizzativi – di persone e mezzi – decenti e comunque con la possibile migliore gestione delle risorse pur in concreto disponibili.

In questa prospettiva, la tematica del ‘carico di lavoro sostenibile’ trova la sua più appropriata collocazione, non espressione di istanze e visioni burocratiche ed impiegatizie, ma sollecitazione ad una gestione consapevole e capace, dove chi decide deve assumersi le responsabilità che gli competono.

4. Sono esempi che immediatamente ci immergono nelle due problematiche essenziali: l’efficacia e la qualità del cosiddetto autogoverno e il ruolo dell’associazionismo giudiziario.

Sul primo punto in questa sede posso proporre un solo, ma convinto, rilievo. Dobbiamo avere estremamente chiaro, tutti, che in ordine a tutto ciò che riguarda il governo autonomo della magistratura non abbiamo alcun alibi. Abbiamo avuto ed abbiamo il governo autonomo che come magistratura abbiamo consapevolmente e liberamente voluto. Nessun alibi, nessuna scusa, piena assunzione di responsabilità. Se ci poniamo, come è anche non solo metodologicamente opportuno fare spesso, dal punto di vista del cittadino, dovremmo o irridere o disistimare le lamentele ricorrenti che i magistrati rivolgono agli organi centrali e periferici del proprio autogoverno: e da chi dipende, se non e solo dai magistrati? Abituati a lamentarci, e per lo più giustamente, per le modalità del legiferare, per l’inadeguatezza delle risorse di persone e mezzi, per il disinteresse permanente del mondo dei partiti ai problemi della giustizia, sul governo autonomo non abbiamo scuse ma solo piena e globale responsabilità: dipende da noi, dalle nostre scelte, dal tipo di cultura gestionale che con il nostro consenso ed i nostri comportamenti concorriamo a promuovere e agevolare. Chi concorre alla nomina di capi di ufficio o semidirettivi inadeguati perde il diritto di lamentarsi della loro adeguatezza. Qui tutti, anche i magistrati più giovani, hanno il dovere della conoscenza e del discernimento, vivendo la consapevolezza della corresponsabilità.

5. L’associazionismo giudiziario vive oggi un particolare momento di apparente disaffezione, specialmente, ma non solo, da parte dei giovani magistrati. Molto ha probabilmente contribuito l’andamento ultimo della vicenda della riforma dell’O.G.. Dopo gli apici raggiunti con il dato oggettivo dell’altissima ripetuta adesione alle giornate di sciopero proclamate nella precedente legislatura, nonostante il ricorso ad uno strumento, lo sciopero appunto, che è per più concorrenti ragioni vissuto con disagio da tanti, la paradossale e deludente situazione governativa e parlamentare attuale ha contribuito pesantemente al pericolo di una disillusione rassegnata. Chi dall’opposizione tuonava, da una maggioranza sul filo del rasoio tentenna se va bene; e questa volta non esiste un’ulteriore alternativa politica. L’ANM si è venuta così a trovare tra l’incudine della definitiva entrata in vigore di tutto l’Ordinamento Castelli ed il martello di modifiche significative ma complessivamente per più versi insoddisfacenti, anche in punti qualificanti come il passaggio tra le funzioni requirenti e giudicanti - dove annunciati peggioramenti ulteriori dovrebbero essere contrastati anche sotto il profilo autonomo delle conseguenze su effettive condizioni di pari opportunità tra le donne e gli uomini della magistratura -, e comunque tuttora incerte.

Ma certamente non è questa la sola causa della disaffezione.

E’ la funzione stessa dell’ANM ad essere percepita con disaffezione, quando non sospetto e diffidenza.

Anziché luogo di davvero libero, ‘sincero’ ed efficace confronto ed elaborazione di idee per assicurare iniziative e presenze idonee a garantire l’effettivo perseguimento dei fini statutari, l’ANM viene percepita come luogo e mezzo per realizzare aspirazioni carrieristiche e strumentalizzazioni di potere nella gestione della magistratura. Insomma, la diffidenza è verso il modo in cui l’attività associativa viene concretizzata, verso il prevalere della regola dell’appartenenza cui tutto è finalizzato, che giunge fino al CSM e governa gli spazi discrezionali. Anche il troppo frequente transito diretto da ruoli apicali nell’ANM al ministero della giustizia ed ad altri ministeri contribuisce di fatto al crescere della diffidenza. Sia chiaro: è interesse innanzitutto della magistratura che al ministero collaborino magistrati di provata capacità, ovviamente se impiegati nei settori per i quali hanno specifica professionalità; ma il passaggio diretto è certamente una modalità di assunzione dell’incarico che presenta prevalenti aspetti negativi.

Io sono convinto che tutti si debba recuperare il valore dell’esperienza associativa autonoma, che abbia la capacità di superare le incrostazioni e le ingessature che, forse inevitabilmente, l’Associazione si porta appresso.

6. Occorre ridare all’azione dell’ANM concretezza, fantasia e libertà.

Concretezza nell’affiancare alla tutela teorica dei principi dell’indipendenza interventi efficaci per la soluzione delle problematiche pratiche che influiscono sulla vita lavorativa e professionale dei magistrati. Fantasia nell’individuazione degli obiettivi e dei metodi per perseguirli, con la capacità di scelte anche coraggiose e che comportino, come ogni scelta, ‘costi’ ma assicurino soluzioni migliori per i problemi contingenti. Libertà dagli a volte troppo stretti rapporti con l’interlocutore ministeriale rispetto al quale il passaggio anche diretto dagli organi direttivi associativi all’impegno ministeriale costituisce sicuramente una ragione di appannamento dell’azione dell’ANM, e comunque con il mondo politico.

Cinque esempi, per concludere questo breve intervento.

Le condizioni di lavoro di tutti. A quando un’azione decisa, anche se responsabile, per pretendere l’attenzione anche economiche alle esigenze strutturali del mondo della giustizia? Il recente disegno di legge sul cosiddetto ufficio per il processo pare in realtà più una modifica nominalistica e di qualifiche del personale che un effettivo segno di cambiamento, laddove le figure professionali di diretto servizio alle esigenze del giudice sono occasionali, temporanee e prive di sostegno economico, con il rischio poi di marginalizzare ulteriormente il giudice dall’apporto diretto del lavoro di cancelleria.

Le sedi disagiate. Qui, ripristinato il rispetto del patto che lo Stato ha contratto con chi ha fatto conseguenti costose scelte di vita, vi è la necessità di scelte di valore che coordinino le esigenze di servizio con l’interesse anche configgente di chi lavora nelle sedi disagiate e di chi, pur lavorando altrove, ha comunque legittime aspettative di ritornare anch’egli nel centro dei propri interessi di vita. La soluzione della preferenza secca generalizzata è probabilmente inidonea; la individuazione preventiva di sedi verso le quali il diritto di prescelta non opera e, contestualmente, la previsione di benefici economici attraverso indennità e rimborsi calibrati sullo specifico disagio di chi va a lavorare in una sede disagiata può essere una soluzione equilibrata. Ma qui l’ANM deve dimostrare la capacità di essere ente rappresentativo autorevole, non paralizzato da contrapposte richieste degli associati, abbandonando così in definitiva al mondo politico la soluzione, ma impegnato a portare un proprio contributo affidabile.

Il trattamento economico. Fino a quando fermarsi su una richiesta generica e fumosa di adeguamento delle retribuzioni a quelle della magistratura amministrativa, che in quanto tale tenuto conto del diverso numero di componenti delle due magistrature e dei relativi costi, ha scarsissime possibilità di serio accoglimento, piuttosto che rivolgere richieste specifiche per il miglioramento del trattamento innanzitutto dei magistrati di prima nomina e più giovani, i quali più degli altri subiscono le conseguenze dell’inadeguatezza, anche qui affiancando all’aumento ragionevole della retribuzione la previsione di forme di indennità ‘dedicate’ e di servizi (penso a convenzioni con compagnie aeree, con enti pubblici per gli alloggi, ecc.), nonché delle detrazioni o deduzioni per le spese di aggiornamento informatico e professionale.

L’accesso al concorso in magistratura. Credo che questo sia un esempio della paralisi e della perdita di credibilità che l’ANM rischia se non è capace di scelte ‘costose’ ma serie. Abbiamo detto, nei nostri documenti e negli anni passati, che andava salvaguardata la possibilità dell’accesso in magistratura dei migliori studenti in tempi ravvicinati, per evitare selezioni indirette sul censo e per assicurare che i migliori non trovassero altre sistemazioni appaganti sì da lasciare ai meno capaci la soluzione magistratura. L’Ordinamento Castelli ha seguito la strada del concorso di secondo grado e, quando successivamente sono state proposte nei vari progetti e poi nel disegno di legge Mastella soluzioni alternative (il corso concorso, il voto di laurea ed esami) siamo stati solo capaci di dire di no, evidenziando gli aspetti negativi (le università facili, la disparità di carriera) e guardandoci bene dal fare una proposta seria alternativa. Dico con serenità che ho il forte timore che il no sia stato determinato dall’abbagliante prospettiva che un accesso solo di secondo grado finalmente ci fornisse l’occasione storica per fondare ragioni giuridiche spicciole per il perseguito adeguamento salariale con gli amministrativi, mentre anche un solo caso di accesso diretto ci avrebbe ancora una volta allontanato da quest’obiettivo. Così stiamo buttando a mare tutto quello che abbiamo scritto e detto sull’importanza di un accesso ravvicinato dei bravi, anche non appartenenti a famiglie benestanti. Come può l’ANM far mancare la sua proposta ragionata equilibrata anche sofferta su questo punto, oltretutto a fronte dell’individuazione di titoli – per l’accesso – la cui idoneità a selezionare magistrati capaci e motivati è del tutto discutibile?

I dirigenti degli uffici. Sono soci dell’ANM, sono nominati dal CSM a volte con scelte di appartenenza strettamente legate al correntismo associativo. Ma essi in taluni casi, come osservato, sono le controparti lavorative dei magistrati, per tutto ciò che riguarda la gestione dell’ufficio e l’organizzazione del lavoro. Qui, ferme le diverse competenze di consigli giudiziari e CSM ovviamente, è necessario che l’ANM riscopra un ruolo propositivo, formativo e di tutela, che non si sovrappone a quello del CSM ma che deve rispondere proprio agli scopi statutari. E chiudo dicendo che confido in un domani non lontano in cui sia proprio l’ANM la più attenta e sollecita verificatrice della qualità del governo autonomo, e quindi dell’attività del CSM, sapendo cogliere il compito ed il ruolo che come ente associativo rappresentativo della maggior parte dei magistrati italiani le sono attribuiti: in essi vi è anche la tutela dell’indipendenza del singolo magistrato nei confronti di chiunque, anche – come insegnato dalla Corte costituzionale – dello stesso CSM. La promozione e la verifica di prassi consiliari sempre adeguate a scelte mai ispirate dalla regola dell’appartenenza fa parte integrante di questa tutela.

Tutto questo può essere possibile solo se tutti i magistrati soci, moltissimi dei quali non sono iscritti alle varie correnti, riscoprono la consapevolezza e la voglia di partecipazione. Sono sempre stato convinto che va dato il maggior spazio possibile ai momenti associativi periferici, di sezioni e sottosezioni: lì contano tutti, anche i non iscritti, lì il consenso le correnti se lo devono meritare con la forza dell’idea e la coerenza del comportamento dei suoi rappresentanti, lì si può raggiungere una sintesi genuina ed una crescita reciproca. Certo, il magistrato non iscritto a correnti ha il dovere di partecipare. E’ solo la partecipazione che legittima la critica, in un sistema di autonomia qual è quello che la magistratura per ora vive. Ciò vale per tutti, in particolare per i giovani.

Grazie

Palermo, 9.6.2007

Carlo Citterio, segretario gen. del Movimento per la giustizia