IL CSM HA FALLITO IN UN SUO COMPITO FONDAMENTALE
Caso De Magistris: una complessa vicenda e il ruolo di Palazzo dei Marescialli.
di Nicola DI GRAZIA
(pubblicato su "Il Riformista" del 31 ottobre 2007)
La richiesta di trasferimento urgente di un pubblico ministero ad opera del Ministro Guardasigilli; l’accusa di una sua scarsa professionalità; il personale coinvolgimento dello stesso Ministro in una delle inchieste condotte da quel magistrato; l’avocazione, da parte della procura generale, proprio di quell’inchiesta; la diffusa presenza del magistrato in televisione; le manifestazioni di piazza che lo sostengono.
L’insieme di tali questioni – presentate in modo indistinto ed a ritmi concitati dai mezzi di comunicazione, con la ‘consueta’ chiave di lettura del conflitto tra politica e magistratura – non facilita una riflessione su tutti i significati generali della vicenda. Che non è facile, ma forse proprio per questo è necessaria.
E allora occorre essere chiari, senza giri di parole.
Il caso De Magistris deve ritenersi la cartina di tornasole del sostanziale fallimento di uno dei compiti fondamentali del CSM: la nomina dei magistrati con funzioni direttive e la verifica del loro operato.
In un funzionamento ordinario, secondo le regole, del sistema, le problematiche poste, a torto o a ragione, dall’attività del sostituto procuratore avrebbero dovuto trovare il primo, e forse più importante, momento di responsabilità nei compiti del procuratore capo e poi del procuratore generale.
Negli uffici giudiziari di Catanzaro così non è stato: questo è indiscutibile. Ed anzi, proprio il ruolo svolto dal procuratore capo, titolare di quell’ufficio da ben diciannove anni, è parte non secondaria, se non determinante, nell’esplosione della vicenda.
E’ lecito chiedersi cosa sarebbe successo se tutto si fosse svolto secondo una dinamica fisiologica della procura di Catanzaro. E, ancora, viene da domandarsi come sarebbero andate le cose se il problema della funzionalità di quell’ufficio giudiziario fosse stato affrontato tempestivamente dal CSM, magari a partire dal segnale già ricevuto attraverso le inchieste che hanno coinvolto le procure di Potenza e di Matera e -ancora una volta- i loro capi.
Occorre segnalare con forza che, per questo aspetto, il c.d. caso De Magistris non costituisce l’isolato esempio di una sfortunata contingenza, rispetto al panorama complessivo.
Troppo spesso gli uffici giudiziari sono stati affidati a dirigenti selezionati in base al prevalente criterio dell’anzianità, per i quali l’età media, ormai avanzata, si combina con la mancanza di un’idonea cultura organizzativa e di validi stimoli professionali. Troppe volte l’esercizio della funzione dirigente è sciatta, evanescente e disinteressata, rispetto alla vita e alle esigenze dell’ufficio. Con ricadute negative sull’efficienza dell’attività giudiziaria e, a volte, anche sul clima di lavoro del singolo magistrato, che dovrebbe trovare proprio nella caratura professionale e nell’autonomia da ogni potere del dirigente la prima garanzia della propria indipendenza.
In questi casi, l’incarico direttivo viene vissuto, invece, come il punto di arrivo della carriera, come il gratificante raggiungimento di una posizione comoda e al riparo da serie verifiche.
E così è stato nella realtà.
L’inerzia del CSM, rispetto alla distorsione delle funzioni direttive, viene superata solo in corrispondenza di situazioni eclatanti. Per converso, può accadere che i provvedimenti organizzativi del dirigente vengano ripetutamente bocciati, per violazione dei principi vigenti in materia, senza che ciò comporti alcuna diretta conseguenza per l’autore.
Dunque, una selezione insoddisfacente, quanto ai requisiti attitudinali, si combina con uno scarso interesse per il modo in cui in concreto sono ordinariamente svolte le funzioni direttive.
Si avverte una grande distanza tra l’organo di autogoverno, i suoi tempi, i suoi atti, e la gestione quotidiana di tanti uffici giudiziari.
Fino all’esplosione del ricorrente ‘caso di turno’.
Oggi il CSM ha un’occasione storica per voltare pagina e recuperare il grave ritardo.
La nuova normativa introdotta con la riforma dell’ordinamento giudiziario, che prevede il limite massimo di otto anni per la permanenza nella guida di un ufficio, comporterà l’avvicendamento in centinaia di posti direttivi e semidirettivi, e sarà possibile valutare gli aspiranti ai nuovi posti in base a quello che hanno saputo realizzare nella precedente esperienza.
Vi è la possibilità concreta di rivitalizzare il ruolo dei criteri attitudinali e di garantire, contemporaneamente, uno svecchiamento di almeno dieci anni dell’età media dei dirigenti.
Insomma, vi è lo spazio per fermare i dirigenti non capaci, non motivati e non inclini alla trasparenza, nella gestione delle loro importanti funzioni, e per premiare, invece, chi ha dato buona prova sul campo, a prescindere dall’incidenza di correnti o di eventuali appartenenze.
Occorrerà molto coraggio, però, per evitare un semplice giro di poltrone destinato a perpetuare la medesima classe dirigente al buio, senza alcuna verifica concreta.
Le resistenze al cambiamento sono forti e l’idea che il requisito dell’anzianità possa ancora valere come difesa dal rischio di scelte esposte ad un’ampia valutazione discrezionale è ancora diffusa.
Ma non c’è alternativa.
Affrontare questo passaggio epocale senza alcuna seria discontinuità col passato sarebbe utile solo per chi intende semplicemente continuare ad amministrare le aspettative soggettive dei magistrati: ad ognuno il suo turno secondo l’anzianità e all’interno della quota dettata dall’appartenenza correntizia. Accettare pienamente questa sfida è, invece, la strada per restituire contenuto e sostanza al ruolo costituzionale del CSM e, in definitiva, per rinsaldare l’autorevolezza della giurisdizione.
Se ne avverte un disperato bisogno.
A partire da Catanzaro.

Nicola Di Grazia
Giudice del Tribunale di Civitavecchia