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Anticipiamo il saggio di ANGELO COSTANZO in corso di pubblicazione sulla Rivista Giustizia Insieme, con un’articolata riflessione sulla tematica di permanente attualità dell’ ERRORE GIUDIZIARIO

 

 

L’errore giudiziario come difetto di imparzialità

 

1. La volontà quale causa efficiente dell’errore

1.1. Sembra crescere l’attenzione per gli aspetti psicologici del giudizio giuridico (soprattutto nel campo del diritto penale). Ne sono esempi - fra i molti – il volume collettaneo Diritto. Psicologia e società curato da Luciano Mecacci e edito dalla Giunti nel 2011 e gli studi sul tema pubblicati dalla rivista Criminalia nel 2011. La stessa Scuola Superiore della magistratura dal 2013 organizza corsi sulla psicologia del giudicare che risultano fra i più richiesti.

Sempre lungo questa scia, nel novembre 2013 a Milano, in appendice a un convegno sul tema “L’errore del giudicante” un gruppo composto da avvocati, docenti universitari, magistrati e psicologi si è cimentato nella elaborazione di Linee guida psicoforensi per contenere i rischi di errori nei processi e nei giudizi penali, presentate presso la Corte di Cassazione nel maggio del 2014. Si tratta di indicazioni circoscritte a alcuni casi di approcci erronei alla ricostruzione degli eventi e il loro principale valore - oltre che nella utilità intrinseca dei suggerimenti che veicolano – nel tenere desta l’attenzione su quel che (proprio perché è ovvio) tende a essere rimosso: le fallacie metodologiche e logiche nei giudizi sui quali poggia la ricostruzione dei fatti (eventi singoli) ai quali applicare i dati normativi sono una condizione normale, in parte emendabile ma fondamentalmente ineliminabile.

 

1.2. Esiste una spiegazione di carattere generale dell’errore ? Tradizionalmente la riflessione filosofica colloca nelle sfera della volizione le cause degli errori: l’origine di un errore può persino incrociarsi con lo stesso modo di essere di chi sceglie di esprimere un certo giudizio mescolando, in modo improprio, in opposizione alle leggi della dialettica, generi e specie [Platone: Teeteto e Sofista], spingendosi a immaginare come vero quel che non è ancora chiaro e distinto per l’intelletto [Duns Scoto, Ockham, Cartesio], o tentando improprie sintesi di elementi diversi nei giudizi riflettenti [Aristotele, Kant] sui quali si basano le ricostruzioni degli eventi singoli. Per Locke [Saggio sull’intelletto umano, IV,20, §1] sono causa dell’errore: la mancanza di prove, la mancanza della capacità di usarle, la mancanza della volontà di vederle, le errate misure della probabilità. Non diversamente, Bacone, nella pars destruens del suo Novum organum espone le cause che fanno cadere in errore: attribuire più valore ai propri pregiudizi e/o agli obiettivi della ricerca che all’esame distaccato della realtà; l'insofferenza per il dubbio; la fiducia acritica nell’autorità di precedenti giudizi. Per Bacone la mente umana è strutturalmente incline all’errore (idola tribus), inoltre ogni individuo è portato a commettere errori legati alla sua particolare soggettività (idola specus) e queste condizioni sono potenziate dalla equivocità propria delle espressioni linguistiche (idola fori). Per Mach [Conoscenza e errore] l’errore deriva dall’accontentarsi di paradigmi e stereotipi senza dedicare la necessaria attenzione alle specifiche circostanze che caratterizzano l’oggetto di indagine, quelle che ci forniscono le premesse idonee a sviluppare un ragionamento. In effetti, si possono sviluppare ragionamenti perfetti sia da premesse errate sia premesse idonee: allora, quelle che contano sono le premesse e l’attenzione nel loro sviluppo.

 

1.3. Non sono incompatibili con le riflessioni dei filosofi alcuni esiti delle indagini della psicologia sperimentale [Cherubini, Girotto, Rumiati]:

  1. la logica mentale spontanea sembra non contenere tutte le regole della logica delle proposizioni (alcune inferenze deduttive sono difficoltose: ad esempio non è spontaneo il ricorso al modus tollendo tollens e al ragionamento controfattuale);

  2. le inferenze risultano influenzate dai contenuti delle premesse e dal contesto in cui tali premesse vengono inserite: si ragiona in modo diverso su problemi formalmente simili ma con premesse dal contenuto diverso;

  3. sembra che spesso le persone non applichino regole formali alle premesse ma ragionino mediante modelli mentali (rappresentazioni mentali costruite sulla base del contenuto delle premesse e delle conoscenze attivate) costruiti, decostruiti e ricostruiti con rappresentazioni incomplete delle premesse.

Non stupisce, allora, che le ricerche sperimentali lascino dubbio che lo studio della logica migliori le capacità di ragionamento (in particolare del ragionamento deduttivo). Sembra - invece - che l’attitudine al ragionamento possa essere coltivata proficuamente con mezzi diversi, per esempio utilizzando diagrammi che attivino rappresentazioni più complete delle possibilità compatibili con le premesse.

 

1.4. In realtà l’errore è inevitabile e prezioso per lo sviluppo della conoscenza scientifica [Peirce, Popper] perché la ricerca che la produce è un processo dinamico tendenzialmente infinito. Ma per la ricostruzione di eventi singoli nelle scienze empiriche (medicina, giurisprudenza, ingegneria, et cetera) è dannoso per le persone coinvolte.

Gli attori delle scienze applicate sono degli artigiani del pensiero che non possono rinviare le loro scelte perché devono confezionare un prodotto che consenta lo svolgimento efficace delle loro prassi. Ricostruiscono eventi singoli già trascorsi (e non ripetibili sperimentalmente) o pronosticano situazioni future con un approccio che sintetizza, con varie graduazioni, esiti di ricerche scientifiche e l’uso di (supposte) conoscenze comuni.

In genere, si parte da dati iniziali opachi, assemblati sulla base di una persuasione spontanea, non fondata su argomenti espliciti, che - mentre si nutre del sapere di sfondo disponibile (ma preconscio) - già si muove verso un suo allargamento discorsivo. In tutti i casi, l’idea di evento singolo è una semplificazione perché la ricostruzione del fatto risulta dalla composizione delle relazioni logiche fra alcuni accadimenti che si ritengono accertati.

Quando questa composizione è affetta da errori logici o poggia su dati travisati o su mistificazioni, quello che dovrebbe essere un fatto si risolve in un fattoide. Un frequente condizionamento fuorviante che conduce alla invenzione di un fattoide deriva dall’ancorarsi acriticamente ai casi simili precedentemente trattati, scotomizzando le differenze fra il caso esaminato e quelli assunti a paradigma, trascurando le concrete e peculiari connotazioni della vicenda oggetto del processo. La peculiarità del ragionamento giuridico - che si caratterizza per la sua necessità di guardare ai fatti non nella loro complessità ma come a possibili fattispecie concrete di fattispecie normative astratte - accentua il rischio di ancorarsi fallacemente a degli stereotipi. Questa è una delle ragioni per le quali un eccesso di esperienza in un dato settore può persino diminuire la qualità della attività professionale.

2. La tensione verso l’imparzialità

Se l’errore deriva dalla difficoltà (sulla quale possono influire anche carenze energetiche) di reggere il dubbio (ossia di mantenere come compossibili ipotesi fra loro discordanti), di resistere alle suggestioni fuorvianti, di non adagiarsi sui paradigmi già sperimentati, allora la strategia per ridurre gli errori nei giudizi dovrebbe potenziare (oltre che la conoscenza dei meccanismi del pensiero) la vigilanza sulle propensioni emozionali e la volontà di non costruire tesi parziali, ossia di essere imparziali..

L’idea generale di imparzialità come non-parzialità riguarda l’atteggiamento di chi si mantiene aperto a tutti i possibili punti di vista e per questo non è vincolato a pre-giudizi; all’opposto, la radice della parzialità risiede proprio nel non (tendere a) valutare tutti gli aspetti, tutti i profili e tutte le circostanze del proprio oggetto di conoscenza.

L’allenamento all’imparzialità inizia già con la vigilanza nel formulare le congetture alimentate dalla selezione della conoscenza di sfondo. Continua con la sobrietà nel ricorso (tanto inevitabile quanto insidioso) alle massime di esperienza. Si sviluppa con l’apertura alla cogma, trascurando le c sti

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