Intervento di Armando Spataro, Segretario del Movimento per la Giustizia, pubblicato su La Rinascita del 28.11.03)

“L’Associazione Magistrati agisce come un partito politico, mossa da logiche politiche”: è questa l’accusa che si sente spesso ripetere da esponenti del Governo e della maggioranza parlamentare a proposito delle iniziative che l’ANM da tempo assume a difesa dell’autonomia della magistratura, denunciando il carattere punitivo della controriforma ordinamentale messa a punto dalla cd. Casa delle libertà. Quanto sia strumentale ed infondato questo slogan è facilmente dimostrabile solo che si considerino i contenuti delle iniziative assunte dall’ANM negli ultimi 30 giorni. Il 5 novembre, in 50 città italiane, i magistrati italiani, unitamente a professori universitari, avvocati e ad associazioni attente al tema della legalità, hanno discusso nelle Università, nelle scuole e nei palazzi di giustizia di questa riforma che fa arretrare di 50 anni l’assetto della magistratura e non risolve – anzi aggrava – alcuno dei problemi reali che rendono inefficiente il sistema della giustizia; il 20 novembre, allo stesso scopo, i dirigenti dell’ANM hanno incontrato i responsabili dei settori giustizia di tutti i partiti, illustrando loro preoccupati rilievi critici e proposte concrete, tra cui quelle sul tema della valutazione di professionalità già da tempo trasmesse al Ministro della Giustizia e rimaste senza risposta. Il 22 novembre, infine, in un’affollata e confortante assemblea pubblica, sono stati chiamati ad intervenire l’ex Presidente della Repubblica Scalfaro e l’ex Presidente della Corte Costituzionale Elia, nonchè giuristi come Coppi e Silvestri, intellettuali come Flores d’Arcais, Camilleri, Ovadia, P. Ginsbourg, G. Bachelet, L.Costa, i rappresentanti dei sindacati ed altri ancora: tutti hanno denunciato l’insopportabilità di riforme che si intendono spacciare come finalizzate all’efficienza, ma che, in realtà, in un desolante quadro di insufficienza di risorse materiali e di vuoti di organico, mirano a mortificare il controllo di legalità affidato alla magistratura: è per questo, infatti, che la si vuole burocratizzata, culturalmente spaccata in due blocchi (pubblici ministeri e giudici), sottoposta a rigide gerarchie ed al controllo politico, intimorita con la previsione di illeciti disciplinari incostituzionali. E’ stato confortante, dunque, sentire lo storico Ginsbourg ammonire che ovunque, in democrazia, l’autonomia della magistratura (così come il pluralismo della informazione) è un principio not negotiable; o Flores D’Arcais – esempi alla mano – ricordare che in tutte le democrazie occidentali i governanti accettano di buon grado di essere giudicati da magistrati autonomi; o Leopoldo Elia tracciare un preoccupato parallelo tra lo scopo ultimo della “squilibrante” controriforma della giustizia e quello della riforma di alcuni articoli della seconda parte della Costituzione (ove, ancora una volta in nome della presunta inefficienza del sistema, si progetta di influire sugli orientamenti della Corte Costituzionale, si accrescono i poteri del premier, si attenua l’efficacia dei filtri istituzionali e della funzione di garanzia della Presidenza della Repubblica). Gli ha fatto eco il Presidente Scalfaro : è vero – ha ricordato - che solo quattro o cinque erano i “saggi” che quest’estate hanno riscritto una parte della Costituzione, “ma, in fondo, si trattava di attuare la volontà di uno”. Ma Scalfaro ha pure denunziato la lesione al principio di eguaglianza derivante dal lodo Maccanico-Schifani ed ha invitato magistrati e giuristi a motivare le critiche ai progetti di controriforma, per “mettere la gente che ha voglia di ragionare in condizione di ragionare” e “lottando per il vero ed il giusto, anche se si ha la certezza di perdere, perchè ciascuno di noi, anche semplice cittadino, è garante della costituzione”. Eccolo, dunque, il senso dell’impegno della magistratura: non contro qualcuno o contro uno schieramento politico, ma a difesa della Costituzione e, dunque, della qualità della democrazia. Farlo con fermezza, senza cedimenti alla logica “del minor danno”, non significa in alcun modo, come ha rivendicato Giovanni Bachelet, collocarsi in un’area di estremismo politico che non può certo appartenere alla magistratura. Del resto, di quali strumenti dispone la Magistratura per difendere la sua autonomia se non quello di far conoscere ai cittadini, ovunque ed in qualsiasi modo si riveli possibile, le conseguenze disastrose di una così pericolosa controriforma (“prussiana” l’ha definita Ginsbourg)? Chi ne è l’artefice, infatti, possiede e controlla i mezzi di comunicazione di massa e, dunque, può sfruttare a fini propagandistici efficaci strumenti di persuasione, anche perchè la persuasione non è razionale, ma opera sulle emozioni. Contro queste tecniche da marketing e da guerra psicologica, dunque, c’è un solo rimedio, la “vaccinazione collettiva”, cioè la diffusione della corretta informazione di gruppo in gruppo, di persona in persona. Produrrà effetti, forse, solo nel medio o lungo periodo, ma si tratterà di convinzioni non effimere (come quelle che possono scaturire dagli slogan liturgicamente pronunciati davanti alle telecamere), frutto di una conoscenza della realtà ormai radicata nella coscienza dei cittadini. Informare, pertanto, ovunque sia possibile : perchè, come ha invocato Andrea Camilleri al Brancaccio, vengano finalmente chiusi i “cantieri aperti, cioè quelli per la demolizione della giustizia e dell’informazione”.