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Consiglio Superiore della Magistratura
LECCE 15 gennaio 2005 - Inaugurazione dell'anno giudiziario
Relazione Cons. Ernesto AGHINA

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La partecipazione alla cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario di un componente del Consiglio Superiore della Magistratura oltre che avere il significato di una doverosa presenza per una diretta cognizione delle situazioni dell'amministrazione della giustizia nei singoli distretti ha lo scopo di fornire, nella prospettiva della attività consiliare, un apporto alla complessiva riflessione sui temi della giustizia.
Nel porgere quindi il saluto del Consiglio e mio personale a Lei sig. Presidente della Corte, al sig. Procuratore Generale, alle autorità , ai colleghi ed a tutti i presenti vorrei, con questo breve intervento, soffermarmi su alcuni degli argomenti tracciati nella delibera consiliare di designazione.
Si è sovente scettici da parte di molti verso queste cerimonie, e le relazioni dei Procuratori Generali vengono paragonate a quelle dei curatori fallimentari di un'azienda collassata, trascurando il dato che l'inaugurazione dell'anno giudiziario, per quanto solenne nelle forme e nelle modalità di svolgimento, costituisce pur sempre un autentico momento di riflessione sui complessi temi della giustizia e di pacato confronto fra magistrati, avvocati, operatori del diritto, amministratori locali e cittadini, al fine di programmare più consapevolmente l'attività per il nuovo anno giudiziario.
Non posso che rilevare con sincero rammarico l'assenza dell'avvocatura penale da questa cerimonia: si tratta di un'assenza dolorosa, il CSM ed i magistrati non hanno mai pensato di trasformare le inaugurazioni dell'anno giudiziario in monologhi ma, anzi, vorrebbero un dialogo permanente, che consenta di ricostituire le regole della democrazia nel mondo della verità , sganciandolo dalla verità mediatica (secondo cui esiste solo ciò che ha riscontro nei mezzi di informazione e nei sondaggi).
Sono infatti profondamente convinto che tanto più l'avvocatura viene coinvolta, ascoltata e responsabilizzata nella gestione degli uffici, tanto meno avvertita sarà l'esigenza di separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri.
Piuttosto che separare, così allontanando inevitabilmente i magistrati requirenti dalla cultura della giurisdizione (ed è bene adoperarsi, invece, perché questa cultura non perdano, anzi recuperino ove necessario), è possibile e doveroso soddisfare le medesime esigenze avviando un percorso di progressivo coinvolgimento degli avvocati, nella formazione comune, prima e dopo l'ingresso in carriera, nelle scelte organizzative e nelle relative responsabilità .
Ma il disagio dell'avvocatura non è certamente isolato: qui oggi a Lecce (come in ogni altro distretto di Corte d'Appello), si inizia l'anno giudiziario in uno scenario mai come quest'anno estremamente contrastato (ma mi accorgo senza alcuna originalità di ripetere una valutazione già utilizzata per il discorso dell'anno precedente, il che segnala una monotona ingravescenza della situazione).
Non meno significativa difatti è la protesta dei magistrati, che interviene per il quarto anno consecutivo, che si caratterizza non tanto (o non solo) per quello che non si è fatto per la giustizia (e che resta ancora ingente), quanto per quello che si è fatto e, più ancora, per quello che ci si propone di realizzare.

La Giustizia sta vivendo nel nostro Paese un momento particolarmente travagliato: ai cronici problemi che affliggono la macchina giudiziaria impedendole di realizzare un servizio che dia tempestiva e "giusta" risposta alla richiesta dei cittadini si è ritenuto di porre rimedio con una legga di delega al Governo per la riforma dell'ordinamento giudiziario che non risolve quei problemi e che, pur necessaria ed auspicata dalla stessa magistratura, è fortemente criticata, nella sua attuale formulazione, sia dalla magistratura stessa, sia dall'accademia, sia (se pure sotto parzialmente diversi profili), dalla avvocatura.
Ho ascoltato con sorpresa il ministro della Giustizia ricavare da tutto ciò la compiaciuta considerazione di essere sulla giusta strada riformatrice.
I rapporti tra la magistratura e gli altri poteri dello Stato sono ancora caratterizzati da accese e perduranti polemiche il cui ritmo è collegato a singole vicende giudiziarie ed all'esito di determinati procedimenti avviati e giudicati dagli organi giurisdizionali.
Non è questo un clima idoneo a favorire un confronto sereno, pacato e democratico per intervenire, con spirito laico, sui delicati problemi della giurisdizione.
Infatti se, per un verso, vi possono essere motivi per una seria riflessione da parte della magistratura e spunti per una doverosa autocritica in relazione a singole vicende o comportamenti, tuttavia non appare, per altro verso, giustificato affrontare le tematiche relative attribuendo esclusivo rilievo ad una legittimazione popolare e considerando la costituzione ed i principi in essa affermati come una limitazione ai propri poteri e ciò perché lo stesso stato di diritto intanto è tale in quanto vi sia una norma fondamentale, quale appunto la Costituzione, che garantendo i diritti regola e disciplina gli ambiti dei vari poteri.
In questo quadro costituzionale si colloca il Consiglio Superiore della Magistratura, previsto dal Costituente come organo di garanzia a tutela dell'indipendenza dei singoli magistrati ordinari e dell'intero ordine giudiziario, rispetto, quindi, anche agli poteri dello Stato.
Deve essere ricordato, a questo proposito, che il CSM ha espresso,nel tempo, tre pareri sul disegno di legge in tema di riforma dell'ordinamento giudiziario sottolineando plurimi aspetti di incostituzionalità anche con riferimento alla erosione di prerogative costituzionali del Consiglio.
Da ultimo il C.S.M. si è espresso, a maggioranza, sul c.d. secondo maxiemendamento formulando fermi rilievi (prospettati anche quali aspetti d'incostituzionalità ) su un testo che non offre adeguate risposte ai tanti problemi della giustizia, con la pretesa errata di risolverli per via ordinamentale.
Le maggiori perplessità sono state evidenziate con riguardo alla modifica del sistema dei concorsi per il conferimento delle funzioni di appello, di legittimità e degli incarichi direttivi e semidirettivi; alla previsione di un differenziato accesso alla magistratura giudicante ed a quella requirente, con la previsione di un successivo meccanismo concorsuale per il mutamento dall'una all'altra delle funzioni e viceversa; alla istituzione di una Scuola della magistratura collocata al di fuori del circuito dell'autogoverno; all'organizzazione degli uffici della Procura della Repubblica, che accentra e rafforza i poteri di gestione dell'ufficio e di titolarità dell'azione penale in capo al procuratore (si può a tale proposito parafrasare Bunuel e parlare di un "fascino discreto della gerarchia"); ed all'abrogazione della fattispecie del trasferimento d'ufficio per incompatibilità ambientale.
La reintroduzione di un così articolato e complesso meccanismo di concorsi è apparsa funzionale al ripristino di un sistema ormai superato, ispirato a logiche gerarchiche e di cooptazione, sguarnendo qualitativamente il "fronte" del primo impatto con la domanda di giustizia.
Il "servizio giustizia" non è certo comparabile ad un comparto sanitario dove è possibile concentrare i migliori specialisti in aree o funzioni determinate: l'esperienza e la cronaca (ad es. caso Parmalat..), ci insegnano che situazioni imprevedibili impongono una qualificazione diffusa della risposta giudiziaria sul territorio, specie e soprattutto nel primo grado di giudizio.
Per quanto sia incontestabile che l'attuale sistema di progressione in carriera dei magistrati si presti a fondatissime critiche, ciò non consente di rimpiangere il vecchio sistema della carriera come una mitica età dell'oro. I concorsi, quei concorsi, quelle promozioni, nel senso tecnico del termine ferivano la Costituzione che vuole che i magistrati siano soggetti soltanto alla legge e vuole, altresì, che i magistrati si distinguano soltanto per funzioni e vivano il loro quotidiano ius dicere "senza timori e senza speranze".
Non si può rimpiangere né preconizzare un sistema di indipendenza ipocrita (come è stato in passato), con buona pace del principio di uguaglianza e di quello di soggezione del giudice soltanto alla legge.

Occorre, con vivo rammarico, osservare che tutta la complessa elaborazione del Consiglio non è stata adeguatamente considerata e valorizzata nella attività dell'Esecutivo mentre, al contrario, i rilievi da parte del Capo dello Stato del 16 dicembre 2004 danno conferma della correttezza tecnica di alcuni dei profili di palese incostituzionalità proposti nei pareri formulati, essendosi altresì sottolineata, tra l'altro, "la menomazione dei poteri del Consiglio Superiore della Magistratura risultante da diverse disposizioni della legge delega".
Si tratta di un'indicazione che ha rappresentato per il CSM un elemento di rilevante importanza poiché stigmatizza l'esautoramento dell'organo di autogoverno della magistratura da una serie di prerogative fondamentali, per cui ci auguriamo che detti rilievi vengano adeguatamente raccolti in sede parlamentare, provvedendosi ad una riscrittura della riforma in modo compatibile ai dettami costituzionali.
Alcune vicende, quali la proroga da parte del ministro del trasferimento del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, disposto dal CSM (ed avallato dal giudice amministrativo) per incompatibilità ambientale, il ritardo nel concerto della nomina del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minori di Genova, da ultimo il decreto legge di proroga del Procuratore Nazionale Antimafia, costituiscono preoccupanti segnali di uno straripamento dell'esecutivo nelle attribuzioni dell'organo di autogoverno della magistratura in ordine alla scelta dei dirigenti degli uffici giudiziari (forse non caso sempre di Procura), prefigurando possibili futuri scenari di cui va segnalato il pericolo.

Il Capo dello Stato, in ripetute occasioni, ha ammonito - da ultimo nel suo intervento di augurio alle più alte magistrature del Paese del 21 dicembre 2004 - che fra le garanzie che i cittadini richiedono vi sono la salvaguardia dell'autonomia e dell'indipendenza della Magistratura ed una giustizia resa in tempi ragionevoli.
Al Consiglio Superiore compete un ruolo di rappresentanza dell'ordine giudiziario, inteso come rappresentanza delle esigenze generali di indipendenza e di buon funzionamento della funzione giurisdizionale, coniugato con un fondamentale ruolo di garanzia da esercitare anche attraverso un potere di denuncia, laddove se ne ravvisi la necessità , di situazioni in grado di incidere negativamente sui valori di indipendenza e di efficienza della funzione assegnata all'ordine giudiziario nel suo complesso ed ai singoli magistrati in particolare.
Nel decorso anno, tale ruolo di garanzia è stato riaffermato (a conferma di pregresse analoghe valutazioni), nella delibera del 3 marzo 2004, assunta dal Consiglio all'unanimità in risposta a pubbliche prese di posizione del Presidente del Consiglio dei Ministri: è stato così ribadito il principio che gli atti ed i provvedimenti dei magistrati possono essere discussi e criticati ma non possono essere pretesto per dichiarazioni che delegittimino il singolo magistrato o l'intero ordine giudiziario; e che, in un tale contesto, è indispensabile che non si ripetano episodi di denigrazione della magistratura e di singoli magistrati, del tutto inaccettabili, perché fortemente lesivi della stessa funzione giudiziaria.
Il magistrato non deve ricercare il consenso del cittadino, ma deve godere della sua fiducia, e non v'è dubbio che attacchi e denigrazioni gratuite non contribuiscono ad accrescerla.
Detto ruolo di garanzia è stato riaffermato in numerose altre delibere, fra le quali, per quanto di specifico interesse di questo distretto, nelle delibere dell'8 settembre 2004, a tutela dei magistrati del Tribunale di Venezia che avevano emesso la sentenza sul caso del Petrolchimico di Porto Marghera, e del 16 dicembre 2004 per le gravi invettive rivolte al Procuratore della Repubblica di Verona, dottor Guido Papalia.
Le accuse a singoli magistrati non sono purtroppo una novità : si tratta di accuse che storicamente hanno investito magistrati requirenti, ma che negli anni non hanno risparmiato giudici per le indagini preliminari, giudici di primo e di secondo grado ed infine anche i giudici della Suprema Corte di Cassazione.
L'iterazione degli interventi in materia del CSM può rischiare di menomare l'efficacia della tutela (da ultimo il Consiglio sta esaminando la vicenda relativa ai pesanti attacchi rivolti ad un g.i.p. del Tribunale di Roma), ingenerando un'assuefazione nei cui confronti si deve reagire con fermezza: non possiamo e non dobbiamo abituarci all'idea che il libero esercizio della giurisdizione possa essere minacciato o condizionato da attacchi denigratori.
Se è vero che la concezione "araldica" di Aristotele per cui "quando la parola è ai giudici i cittadini tacciono" appartiene al passato, è pur vero che la lunga teoria di aggressioni di inusitata virulenza nei confronti dell'attività giudiziaria, vulnera la credibilità e l'autorevolezza dell'esercizio della giurisdizione, che costituiscono il patrimonio di cui ogni magistrato è doverosamente geloso.
Tanto più grave si presenta tale situazione quando gli attacchi derivano da esponenti di rilievo delle Istituzioni, anche specificamente investiti di responsabilità nel settore della giustizia, da cui non come magistrato, ma come cittadino, mai avrei potuto attendere espressioni di gratuita e corale denigrazione nei confronti dell'esercizio della funzione giudiziaria, come pure è dato di leggere in questi giorni.
Se il presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio dedicasse il suo tempo ad una sistematica delegittimazione degli arbitri, immagino che vi sarebbero notevoli problemi per il campionato e per lo svolgimento delle partite.
"La stabilità delle istituzioni si fonda sul rispetto pieno e reciproco delle funzioni……intanto un sistema può operare armonicamente nei pesi e contrappesi, in quanto i diversi e separati poteri, rigorosi nel difendere il campo proprio, siano altrettanto rispettosi del campo altrui". (Sono parole pronunziate dal capo dello Stato durante un plenum del CSM).

Coerentemente con tale indirizzo, Il Consiglio ha fermamente difeso, ricorrendo agli strumenti previsti dall'ordinamento, le sue prerogative nei rapporti con altri organismi istituzionali.
Già nel 2003 si era concluso positivamente dinanzi alla Corte Costituzionale il conflitto di attribuzioni col Ministro relativamente al mancato concerto sul conferimento dell' ufficio direttivo di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo, ed ancora nel 2004 ulteriore conflitto di attribuzioni col Parlamento è stato sollevato dal CSM, a maggioranza, sul D.L. n.66/2004, convertito con modificazioni nella L. n.126/2004, relativo al ripristino o prolungamento del rapporto di servizio per i magistrati sospesi per la pendenza di un processo penale e successivamente assolti.
Il Consiglio ha, in particolare, lamentato la compressione dei suoi poteri in materia disciplinare e di progressione in carriera, essendo stata preclusa dalla legge impugnata ogni possibilità di valutazione del rilievo deontologico della condotta contestata, pur nel rispetto del giudicato penale; e dovendo il magistrato reintegrato, dopo l'assoluzione in sede penale, essere necessariamente preferito, ai sensi della legge in questione, rispetto ad altri aspiranti, nell'assegnazione di un posto di qualifica superiore rispetto a quello in precedenza ricoperto.
Si tratta di atti di tutela "tecnica" nei confronti di quelle che si ritengono limitazione delle prerogative costituzionali del Consiglio, sicuramente più consone alla qualificazione giuridica dell'organo e probabilmente più efficaci di altre pur possibili forme di reazione.

Un riconoscimento della particolare attenzione che il nostro assetto costituzionale rivolge alla tutela dell'autonomia ed indipendenza della Magistratura ed al ruolo primario di difesa che di essi svolge il C.S.M. si è avuto con la formale sottoscrizione in Roma il 20 e 21 maggio 2004, nel corso dell'Assemblea generale dei Consigli di Giustizia e dei Courts Service, della Carta costitutiva dell'ENCJ (European network of Councils for the Judiciary) e la nomina del Presidente, nella persona del consigliere del CSM prof. Luigi Berlinguer.

L'inaugurazione dell'ano giudiziari è sede di "bilancio dell'attività svolta" anche da parte del C.S.M.
Il Consiglio è consapevole che la efficacia e credibilità della sua azione a tutela della autonomia ed indipendenza della magistratura, del suo ruolo nei rapporti con gli altri poteri e della funzione consultiva è direttamente collegata alla serietà , impegno, credibilità con la quale egli stesso svolge i suoi compiti di autogoverno. Occorre infatti che la magistratura sia governata con regole chiare, trasparenti e uniformi, che siano adottati adeguati metodi di formazione professionale, di valutazione di professionalità , di scelta dei dirigenti degli uffici, che sia effettivo e rigoroso il controllo delle condotte dei magistrati.
Su questa strada il consiglio si sta, pur con innegabili difficoltà , movendo per rafforzare le proprie attribuzioni: siamo consapevoli che la migliore e più efficace difesa delle prerogative del Consiglio risiede nella capacità di operare quei cambiamenti che riteniamo necessari (anche con qualche sofferenza interna…) e che forse (ma anche senza forse…) andavano operati prima, perché se ci sono necessità di intervenire nel sistema giudiziario (ed almeno su questa considerazione siamo tutti d'accordo) le riforme vanno gestite, anticipandole, piuttosto che subirle, per far sì che l'autogoverno di cui gode costituzionalmente la magistratura non sia inteso come privilegio di casta, meritandolo nell'operare concreto, quotidiano, e non solo nelle declamazioni di principio.
Le riforme, se non gradite o addirittura controproducenti rispetto alla terapia di intervento, vanno scongiurate con comportamenti virtuosi e non dicendo sempre no: credo che questo Consiglio può dimostrare di avere in concreto imboccato questo percorso, mi riferisco ad esempio ai recenti interventi su temi fortemente avvertiti dalla pubblica opinione e dall'avvocatura, come quello del passaggio di funzioni di un magistrato requirente a quelle di giudice nel medesimo circondario, quello delle incompatibilità , quello degli incarichi extragiudiziali, quello in materia di valutazione della professionalità .

Esiste ancora in magistratura una "questione morale" su cui non può essere abbassata la guardia (come recenti vicende di magistrati operanti in settori delicati quali le sezioni fallimentari ci insegnano), che è affrontata con impegno dalla sezione disciplinare.
Al riguardo, la magistratura deve avere la capacità di essere severa con se stessa con la stessa forza con la quale rivendica la sua indipendenza e sottolinea, non a torto, le altrui responsabilità .
La prima commissione svolge un intenso ed impegnativo controllo di tutte le situazioni oggetto di esposti o denunce ed ha portato a definizione alcune delicate e complesse procedure ex art. 2 L.G. con trasferimento di ufficio dei magistrati interessati.
A seguito della approvazione della nuova circolare sulle incompatibilità ambientali per ragioni di parentela con avvocati e magistrati è stato eseguito un censimento generale il cui esito è all'esame della competente commissione.
Si tratta di un tema che so essere (a differenza che altrove) particolarmente sentito in questo distretto, e che il Consiglio ha affrontato senza generalizzazioni ma sforzandosi di indicare principi generali cui attenersi, anche per agevolare le scelte dei singoli magistrati.
Non è un tema "popolare" tra i magistrati, la cui soluzione può determinare sacrifici, ma che non può essere ulteriormente eluso, ed in questo confidiamo nel rigore e nello scrupolo dei Consigli Giudiziari, nonché nella collaborazione dell'avvocatura, ed in questo senso va rimarcato il fattivo rapporto collaborativi intercorso con i nuovi vertici del Consiglio Nazionale Forense.

In tema di valutazione di professionalità dei magistrati in occasione delle progressioni in carriera, con una rinnovata circolare 1275/85, si è introdotta l'obbligatorietà del prelievo a campione dei provvedimenti dei magistrati, e nella prossima settimana verrà individuata la tipologia dei provvedimenti da acquisire per ogni tipo di funzione del magistrato, all'esito di un complesso lavoro di studio che razionalizza così un sistema di valutazione adeguandolo a quello del giudice di pace.
Si tratta di un esempio emblematico delle modalità di affrontare e tentare di risolvere un problema esistente: lungi dal negarlo secondo tesi corporative consegnate al passato, la "sfida della professionalità " del magistrato viene raccolta mediante un sistema più rigoroso e razionale di valutazione del lavoro del magistrato: le innovazioni riformatrici, se necessarie, vanno attuate, prima di subirle in modo irrazionale e punitivo.
L'impegno del C.S.M. si è anche rivolto a rafforzare la funzionalità degli uffici giudiziari attraverso gli strumenti tipici tabellari di sua competenza, pur con qualche rigidità nelle direttive di circolare, che non trova totale condivisione all'interno del Consiglio (so che anche in questo distretto vi sono problemi in ordine alla predisposizione dei programmi organizzativi degli uffici) nonchè proseguendo un'intensa attività nel settore della formazione.
Si è incentivata l'apertura a diverse conoscenze, anche scientifiche, dell'attività di formazione professionale promossa dal C.S.M. diretta, attraverso l'accrescimento della professionalità del magistrato, a garantirne anche l'autonomia e l'indipendenza. Si determina una perdurante interrelazione con il mondo universitario, quello forense, con altri saperi specialistici, anche mediante l'ausilio di una rete di formazione decentrata che anche qui a Lecce opera con profitto, intesa a scongiurare l'efficace sintesi offerta da Carnelutti, per cui "..il magistrato nasce uditore, ma finisce sordo…."
Il 2004 è stato l'anno del definitivo decollo della Rete Europea di Formazione Giudiziaria, che sviluppa un continuo collegamento formativo con magistrati di diversi paesi europei, e che si intensificherà nel 2005 con un originale progetto di "scambio" di moduli formativi, che consentirà ad alcuni magistrati italiani soggiorni di studio e perfezionamento presso uffici giudiziari francesi, in condizioni di reciprocità formativa.

Particolare impegno è stato poi rivolto al settore della magistratura onoraria, su cui sono investito di particolari responsabilità come vicepresidente dell'ottava commissione deputata al "governo" della m.o.
Proseguendo in un percorso di "attenzione" nei confronti di questo importante settore della giurisdizione, il CSM, responsabilizzato anche in quanto organo di eterogoverno della m.o., nel 2004 ha riformulato le circolari per la nomina e conferma degli esperti dei Tribunali di sorveglianza e dei giudici onorari minorili.
La più importante novità è però costituita dalla circolare (n.7507/2004) che ha segnato il decollo in tutti i distretti (ed in particolare in questo di Lecce, dove si è segnalata come la più tempestiva quanto ad iniziativa) di una struttura distrettuale a formazione mista incaricata della formazione dei giudici di pace, GOA, GOT e VPO, finanziata dal CSM, in cui è prevista per la prima volta la partecipazione in forma istituzionale di un rappresentante dell'avvocatura.
Si tratta di un'iniziativa di cui rivendico con orgoglio la paternità , che ha una valenza strategica per la migliore professionalizzazione della componente onoraria della magistratura, e che sono certo vedrà nel 2005 la sua proficua attivazione in una serie di iniziative e incontri, anche a livello infradistrettuale, garantito dal coinvolgimento diretto di rappresentanti delle varie categorie onorarie interessate, non solo destinatari ma anche organizzatori della formazione.

Tutti gli aspetti organizzativi richiamati sono direttamente collegati ad uno dei grandi problemi della giustizia: quello della eccessiva durata dei processi sia civili che penali che è certamente causa di sfiducia dei cittadini nel sistema giustizia. Non è però un tema nuovo, è anzi ricorrente nelle annuali relazioni dei procuratori generali ed anche per l'anno decorso la relazione del Procuratore Generale della Cassazione conferma sostanzialmente la complessiva tendenza.
Ascoltare all'inizio dell'anno giudiziario presso la Cassazione che la media di definizione dei processi civili è di otto anni e di cinque quelli penali (peraltro con vistose eccezioni..) non fa bene all'immagine della giustizia e non agevola la legittima aspirazione a vedere soddisfatte le domande di giustizia dei cittadini.
E' forse eccessivo l'ottimismo ingenerato da variazioni percentuali migliorative quasi impercettibili, a fronte di 8.442.000 procedimenti pendenti.
Sono cifre queste che hanno un'efficacia intrinseca e implacabile che va oltre qualsiasi considerazione aggiuntiva
Su questo tema si gioca molto della credibilità della funzione giudiziaria anche perché la cause della lentezza dei processi viene attribuita esclusivamente alla magistratura.
In realtà , è bene ricordarlo, in questo campo incidono scelte di competenze diverse.
Accanto a quella del CSM, i cui tratti ho sommariamente ricordato in precedenza, vi è quella del legislatore che ha il potere di eseguire interventi normativi incidenti sulle regole procedimentali ed ordinamentali e quella del del Ministro della Giustizia cui competono ( art. 110 Cost.) "l'organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia".
E' evidente che l'efficienza del sistema giudiziario si raggiunge se ognuno di questi organismi opera, di concerto con l'altro, per il reale perseguimento del fine di migliorare la funzionalità del servizio e ciò in una clima di leale ed aperta collaborazione.
Le competenze del Ministro incidenti sul funzionamento del servizio giustizia sono molteplici. Dalle sue scelte dipende la adeguatezza della struttura amministrativa di supporto alla attività dei magistrati ed in questo settore si registrano notorie carenze. Dalle sue scelte dipende la disponibilità , da parte degli uffici, di risorse economiche che consentano di fruire degli strumenti essenziali ed è notoria la difficile situazione nella quale operano.
Lo stesso Ministro ha affermato, davanti al Consiglio Superiore che ritiene inutile destinare risorse ad una struttura che non funziona. Il risultato di queste scelte è sotto gli occhi di tutti.
Tanto si traduce - e mi riferisco anche alla situazione del distretto di Lecce come oggi rappresentata dal P.G. -in problemi di personale, problemi di edilizia giudiziaria, problemi di trascrizione, di informatizzazione e, quindi, infinite difficoltà quotidiane che si sovrappongono a quelle derivanti dai carichi di lavoro eccessivi e da un sistema processuale farraginoso e contraddittorio.
E' vivamente auspicabile che - per quanto costretto dall'attuale contingenza di bilancio - il progetto del ministero in materia di giustizia non si traduca in un sostanziale blocco delle risorse.
Al C.S.M. i magistrati giustamente chiedono di operare con sempre maggiore responsabilità , credibilità di risultati e capacità organizzativa, ma è indubitabile che al ministero della giustizia competono, per capacità di gestione e di spesa, gli interventi più incisivi in materia di giustizia.
Naturalmente vi sono anche soluzioni deflative più drastiche per ridurre l'arretrato giudiziario, come quella di ridurre i tempi di prescrizione dei reati (il P.G. Favara ha utilizzato a questo proposito una metafora icastica: "la prescrizione fulmina i processi…"), ma francamente preferiremmo interventi di segno opposto e funzionali ad assicurare una risposta diversa alla domanda di giustizia.

Quanto al tema, sempre avvertito, degli organici della magistratura, va detto che la percentuale di scopertura degli organici dei magistrati nel distretto di Lecce (5,5%) è inferiore al dato medio nazionale del 6,5%, e solo due posti semidirettivi del distretto sono ancora a concorso.
Ancora più basso è il numero di posti vacanti nella magistratura onoraria, che presenta nel distretto di Lecce una percentuale di vacanza dell'11,95% (solo Messina ha una percentuale più bassa).
Molto più preoccupante è invece il problema delle risorse del personale amministrativo (in agitazione) spesso trascurato, ma il cui rilievo per il buon funzionamento della giustizia ben conoscono gli avvocati e i magistrati (v. relazione P.G.)
Anche per quanto riguarda il reclutamento di nuovi magistrati la situazione si presenta preoccupante, la formulazione di bandi per il concorso di uditore giudiziari censurata dal giudice amministrativo ha innescato una serie di rinvii per cui ancora oggi si ignorano i tempi di svolgimento dei concorsi, sicuramente dilatati dal meccanismo di esonero della prova preselettiva, per cui è prevedibile che i prossimi uditori giudiziari entreranno in servizio nel 2008.
Diverso invece è il tema del riordino circoscrizioni giudiziarie: argomento che appartiene all'antiquariato delle richieste della magistratura (e del CSM), e che anche in questo distretto, dove forse sono troppo numerose e diseconomiche le sette sezioni distaccate del Tribunale di Lecce, ha una sua inevitabile attualità .

Mi avvio rapidamente alla conclusione con qualche considerazione di sintesi sulla magistratura:
Non si può ragionare solo in termini di poteri e di funzioni, bensì di servizio da rendere alla collettività . Il magistrato sa che non può attendersi rispetto sociale solo per la carica che ricopre e che dovrà guadagnarsi stima e considerazione in base alle sue qualità professionali di giudice, di pubblico ministero, di capo di un ufficio.
E' difficile non convenire sugli errori di singoli magistrati e della magistratura nel suo complesso; sulle chiusure e sui silenzi corporativi e, se mi è consentito, su una visione che definirei tolemaica della giurisdizione di pochi magistrati: sulla erronea convinzione di alcuni di possedere il monopolio etico della società .
Ma dovrebbe essere per tutti estremamente difficile, anche, non condividere la speculare affermazione che la magistratura nel suo complesso ha contribuito, in alcuni frangenti storici ed in alcune realtà in modo decisivo, alla crescita ed alla tenuta della nostra democrazia, con sacrifici personali, familiari e professionali difficilmente paragonabili.
Anche di questi sacrifici, di operosità , di impegno professionale, parlano molto spesso le carte ed i fascicoli che si esaminano da parte del C.S.M.
Possono, dunque, comprendersi critiche e volontà riformatrici, ma non anche la demolizione del sistema esistente e, per raggiungere lo scopo, una sistematica aggressione ed una scientifica e martellante denigrazione dell'intera magistratura di fronte alla pubblica opinione, anche a costo di infliggere profonde ferite alla nostra civile convivenza.
Il Paese può e deve pretendere una magistratura migliore, anche in prospettiva di quella che è stata definita la "sfida europea" cui non possono sottrarsi gli operatori del diritto e, però, credo anche che si debba valutare con serenità il servizio reso dai magistrati italiani..

L'anno giudiziario 2004 si apre nelle corti d'Appello, secondo un rituale che potrebbe anche non più ripetersi, in un clima molto difficile.
Non si può, non si deve, rassegnarsi a questo stato di cose, superando il rischio molto concreto ormai in tutti gli operatori della giustizia, di rassegnazione di fronte ad una situazione che sembra consegnata al destino dell'ineluttabile, continuando ad operare in nome di principi affermati dalla carta costituzionale, per i cittadini e per la giustizia che non è mai un termine astratto, in quanto incide profondamente nel vivere sociale come ben sanno i presenti in quest'aula.
C'è chi ci ricorda che "la giustizia si nutre di silenzio": è vero, e ce lo ha ricordato anche il P.G. Favara, che con frigido pacatoque animo ha richiamato i magistrati al garbo e alla compostezza; ma è difficile, molto difficile restare in silenzio di fronte alla prospettiva che cambi in modo radicale il modo di essere magistrato nel nostro paese, all'indirizzo di burocratizzare la magistratura, ad accuse di amministrare la giustizia non nel nome del popolo italiano, ma di una parte politica, che hanno raggiunto anche financo la vetta di una Corte Costituzionale che ci si era evidentemente illusi fosse al riparo da qualsiasi tipo di contestazione.
Vorremmo vedere l'avvocatura e i cittadini al fianco dei magistrati nella difesa ad oltranza dell'indipendenza e dell'autonomia riconosciuta loro dalla Costituzione che è poi difesa del principio di eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Quella Costituzione che è un riferimento costante nell'agire di ogni magistrato nel nostro Paese, che non a caso è ostentata con consapevole solennità e fierezza dai magistrati presenti a questa cerimonia inaugurale, una Costituzione che sono sicuro ognuno di loro custodisce non solo nelle mani, ma soprattutto nel cuore.

Cons. Ernesto Aghina