La rappresentazione massmediatica della Giustizia
e la Formazione dei Magistrati

relazione della Prof. Patrizia Bellucci
Docente di Sociolinguistica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia Responsabile del “Laboratorio di linguistica giudiziaria - LaLiGi” del Dipartimento di Linguistica Università degli Studi di Firenze (www.patriziabellucci.it; Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. )
Incontro di studio sul tema: «Magistratura e cinema, letteratura e mezzi di comunicazione di massa » (Roma, 19-21 marzo 2007)



La rappresentazione massmediatica della Giustizia

e la Formazione dei Magistrati

non [... si] stenta a rendersi conto che il gran teatro delle lingue teatrali è molti passi indietro rispetto all’altro gran teatro delle lingue, al condensato, all’amalgama linguistico rappresentato dal processo. Nelle sue diverse fasi si affollano e incalzano tutti i tipi di testi e discorsi, tutti i tipi di atti linguistici e tutte le possibili tipologie di (in)comprensione (Tullio De Mauro, Introduzione a Bellucci, 2005a, p. XI).

Indice
  1. Media e percezione della “sfera pubblica” p. 3
  2. “Contenitori mediatici”, generi, “processi paralleli” p. 11
  3. Fenomeni di “opacità linguistica” p. 16
  4. Educazione alla cittadinanza p. 21
  5. Verso l’utopia concreta dei Costituenti p. 25
  6. Conclusioni p. 29

Bibliografia p. 33

Descrizione sintetica attività LaLiGi p. 38

Patrizia Bellucci

La rappresentazione massmediatica della Giustizia

e la formazione dei Magistrati

1. media e percezione della “sfera pubblica”[1]:

il cittadino e l’esperienza della giustizia

1.1. civiltà di parole e parole civili

De Mauro segnalava già molti anni or sono che:

Le parole, con i loro grappoli di accezioni e le esperienze e memorie che in ciascuna accezione si condensano, sono scrigni in cui si sedimentano usanze, costumi, credenze, modi di operare e di produrre, idee religiose, morali, intellettuali, esperienze di ricerca teorica e filosofica [...]. Solo la parola consente quel gioco perenne di persistenza tradizionale e di innovazione, di autoctonia e di mescolanza che fa, anzi è una cultura (De Mauro, 1997: 155-156).

Per di più parole come giustizia, legalità, democrazia sono parole che riflettono ed esprimono il grado di civiltà di un Paese, di un popolo. Dunque sono parole che chiamano in causa tutti: istituzioni e identità sociali, associazioni e individui.

Non a caso Gustavo Zagrebelsky ha richiamato l’attenzione proprio su L’onestà delle parole:

Sono dittature ideologiche i regimi che manipolano i fatti, li travisano o addirittura li creano o li ricreano ad hoc, attraverso Ministeri della verità come descritti da George Orwell in 1984. La manipolazione, il travisamento e la ri-creazione dei fatti avviene con le parole. Così può accadere che la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. Sono regimi corruttori delle coscienze “fino al midollo” quelli che trattano i fatti come opinioni traducibili in parole che vanno su e giù e instaurano un relativismo nichilistico applicato non alle opinioni ma ai fatti, in cui la verità è messa sullo stesso piano della menzogna, il giusto su quello dell’ingiusto, il bene su quello del male; in cui la “realtà non è più la somma totale di fatti duri e inevitabili, bensì un agglomerato di eventi e parole in costante mutamento [su e giù, per l’appunto], nel quale oggi può essere vero ciò che domani è già falso” secondo l’interesse al momento prevalente [Così Hannah Arendt, The Aftermath of Nazi-Rule. Report from Germany [1950], trad. it. Ritorno in Germania, Donzelli, Roma, 1996, p. 30, per descrivere la situazione morale di un popolo assuefatto alla propaganda N.d.A.] (Zagrebelsky, 2006).

La legalità è fatta di principi e comportamenti che certo hanno anche radicamenti culturali e che si costituiscono come obiettivi formativi di rilievo: infatti le società, e le loro componenti, hanno percezioni diverse – e mutevoli nel tempo e nello spazio – di che cosa sia la legalità.

Dobbiamo ammettere, purtroppo, che questa parola[2] ai nostri giorni appare labile e sfrangiata: non sempre o non solo per specifici interessi illegali, ma anche perché si è appannato e oscurato il senso collettivo. Sembra che per molti la parola abbia perso precisione di significato e salienza concettuale. Le cause sono numerose e diversificate, per cui anche i rimedi necessari devono dispiegarsi su molti fronti.

Ad esempio, la sfiducia diffusa nella politica confina molte persone nel recinto chiuso del privato e alimenta il disimpegno: di conseguenza, si depriva l’individuo della qualità – che dovrebbe essergli costitutiva – di soggetto attivo di cittadinanza.

Mi sembra largamente condivisibile la constatazione di Zygmunt Bauman che ai nostri giorni:

da un lato, gli individui nutrono sempre meno interesse per i loro affari comuni/condivisi, in ciò abilmente coadiuvati da uno stato ben felice di cedere alla sfera privata quante più possibili delle sue passate responsabilità. Dall’altro, lo stato si dimostra sempre più incapace di far quadrare i conti entro i propri confini o di imporre i livelli di protezione, assicurazione collettiva, princìpi etici e modelli di giustizia in grado di mitigare l’insicurezza o alleviare l’incertezza che sgretolano il senso di autofiducia dell’individuo, condizione necessaria per qualsiasi coinvolgimento di lungo periodo negli affari pubblici. Il risultato congiunto dei due processi è un crescente divario tra “pubblico” e “privato”, e un graduale ma incessante abbandono dell’arte della conversione reciproca tra problemi privati e tematiche pubbliche, autentica linfa vitale di tutta la politica (Bauman, 2005: 60-61).

In un numero sempre più ampio e vario di contesti sociali i valori sono addirittura scambiati per dabbenaggine. Credo sia scarsamente confutabile che oggi – nelle città e nei paesi, in pubblico e in privato – l’illegalità e la convenienza personale sono non solo praticate, ma addirittura teorizzate.

C’è una preoccupante rilassatezza del senso comune di legalità. La soglia che fa scattare il rifiuto e l’indignazione è allontanata fino alla perdita di consistenza. In parallelo, è sempre più alta la tolleranza sociale verso comportamenti illegali. Il furbo e chi va per le spicce sembra trovare oggi consensi inediti.

In sintesi, stiamo vertiginosamente sprofondando sempre più in quello che Raffaele Simone ha efficacemente definito Il paese del pressappoco:

sul Mistero d’Italia ci si interroga da secoli [...]. Una volta venivamo mostrati all’Europa come una mistura miracolosa di antiche meraviglie e di barbarie recente: così appare l’Italia in Goethe, in Stendhal, in Dickens... Oggi invece prevale la sorpresa sgomenta. Non fa piacere sentirsi sottoposti al medesimo occhio curioso che si applicherebbe a una società primitiva. Non fa piacere sentirsi domandare dagli amici stranieri: “Che cosa fa la mafia?” o “Come vanno i sequestri?” [...]. Non fa piacere sentir dire che no, l’Italia non funziona, malgrado le speranzose affermazioni dei Presidenti della Repubblica [...]. A dispetto di questa torre di libri e di analisi e dei numerosi emuli di Tocqueville che ci hanno visitato, descritto e valutato, il Mistero d’Italia permane inviolato. Il tempo passa, le chiacchiere si infittiscono, ma l’Italia continua a non funzionare, a non cambiare nel profondo .(Simone, 2005: 19-20).

In questo contesto, la legalità – costitutiva dell’essenza stessa di uno Stato – si fa evanescente e, nella mente dei più, si riduce a parola “da slogan” o “da ingenui”.

1.2. lessico della realtà o dell’utopia?

Fermiamoci a riflettere su questo: parole-chiave del lessico della cittadinanza stanno “slabbrandosi” e cambiando connotazione. Contemporaneamente cambia la nostra mappa cognitiva – cioè il nostro «sistema di idee strutturate (e verbalizzate) sul mondo»[3] – e, con essa, la nostra interpretazione dell’universo vicino e lontano, l’immagine del ruolo e della funzione sociale di ciascuno di noi.

Sembra distintivo del nostro tempo un equivoco senso della concretezza, che tende a relegare nell’utopia principi e valori.

Tanto per esemplificare, in anni recenti:

· si è fatto del condono una pratica regolare e si è ridimensionato il falso in bilancio;

· dai vertici delle Istituzioni si è enunciato che «date le tasse, l’evasione è quasi obbligata» e che i magistrati «per fare quel lavoro, devono essere antropologicamente diversi»;

· l’esistenza di leggi ad personam ha dimostrato che la legge non è uguale per tutti[4];

· con la vasta disaffezione alla politica, sono aumentati quelli che – nella difficoltà di assegnare con sicurezza le responsabilità – pensano che i politici, di destra e di sinistra, “son tutti uguali”: che fanno il loro interesse e non quello comune.

Non a caso una recente, e interessante, indagine sul rapporto che i giovani fiorentini hanno con le regole ha rilevato che gli studenti osservati:

contrariamente a quanto si pensa, non dipingono l’istituzione scolastica con colori negativi. In media sono abbastanza soddisfatti della loro scuola ed ancor di più del clima che si instaura in classe con i compagni. Un po’ meno idilliaci sono i giudizi sul rapporto con gli insegnanti che, tuttavia, rispetto ad altri gruppi e istituzioni, riscuotono un livello di fiducia molto soddisfacente. Su questa ultima dimensione, ad uscire con poco onore dalla “competizione” tra le 18 voci proposte sono decisamente quelle relative alla sfera politica. Ovviamente, che il parlamento, il governo ed i partiti politici non godano della fiducia dei giovani non è un dato nuovo né sorprendente. Stupisce, invece, la relativamente alta fiducia accordata alle banche e la disparità di trattamento toccata alle diverse forze di polizia. Sul piano della gerarchia dei valori, i ragazzi che hanno partecipato all’indagine confermano il primato della famiglia e il valore dell’amicizia, relegando nelle due ultime posizioni l’impegno politico e quello religioso (Mete, 2002: 101-102).

Potremmo andare avanti nel richiamare insieme le fosche tinte di un tempo plumbeo, le mille tessere di un mosaico opprimente, in cui le Istituzioni della Repubblica hanno perso di credibilità e legittimità agli occhi di molti e dei giovani in particolare.

Dunque, ribadiamo anzitutto che la questione morale – indicatore decisivo del grado di civiltà di un paese – si impone oggi in modo cogente in ogni ambito del nostro vivere associato.

Teniamo poi contemporaneamente presente che, se le leggi – da qualunque parte politica siano fatte – possono essere cambiate, il degrado diffuso del senso civico e del bisogno di legalità è ancor più impegnativo da risolvere: urgono dunque interventi programmati, forti e diffusi, caratterizzati da costanza e capillarità.

È una società intera che – con tutte le sue componenti e aggregazioni – deve essere sollecitata a crescere di legalità.

Perfino al livello del naturale obiettivo di ciascun individuo, in quella che Zygmunt Bauman non a caso ha definito La società sotto assedio:

la felicità è diventata un affare privato e una questione di qui e adesso. La felicità altrui non è più [...] una condizione per la propria felicità [...]. I palcoscenici su cui vengono messi in scena i momenti di felicità non vanno coltivati alla maniera dei campi che generano raccolti sempre più copiosi quanto più vengono coltivati, arati e fertilizzati. L’archetipo della ricerca della felicità è la miniera più che l’agricoltura o l’ortocultura. Le miniere vengono svuotate del loro contenuto utile e subito dopo abbandonate, una volta che si sono esaurite o nel momento in cui il loro sfruttamento diventi troppo faticoso o oneroso (Bauman, 2005: 271-272).

Come ciò si declini sui concetti di giustizia, legalità, democrazia è evidente a tutti: in primis, le persone si riducono a chiedere anzitutto sicurezza per sé e per i propri beni[5], senza porsi domande né sulla natura dei problemi collettivi, né sui metodi di reale soluzione[6].

La complessità delle società contemporanee disorienta chi è privo di strumenti analitici forti e di valori di riferimento saldi e contemporaneamente accresce la nostra dipendenza dai media.

Là dove l’identità culturale e sociale è debole, dove non ci sono gli strumenti per comprendere e ancor meno per “reggere” la complessità, si opta più facilmente per una rassicurante ipersemplificazione, in cui non c’è più spazio né responsabilità per la tutela dell’interesse collettivo e della cosa pubblica.

Se la legge è incomprensibile e le Istituzioni non sempre ci rappresentano[7], le persone finiscono per seguire le ‘proprie’ leggi e i ‘propri’ parametri, per lo più basati su esempi di persone che con quelle regole hanno avuto successo o se la sono comunque cavata.

Così, i modelli tratti dall’esperienza diretta e privata si mescolano con quelli forniti dai protagonisti della vita pubblica e dell’universo mediatico.

Sembra arrivato il tempo della caduta di tutte le illusioni, in cui concetti valoriali e impegni collettivi vengono riclassificati – appunto – come ‘illusioni’[8].

Rendiamocene conto: giustizia, legalità, democrazia sono parole complesse e tutt’altro che intuitive. Per quanto sembrino parole del vocabolario di base, non sono di immediata comprensione e pratica.

Estendendo la metafora di Bauman, giustizia, legalità, democrazia sono campi da arare e coltivare con amore e competenza, non pietre preziose che la miniera ci regala.

Giustizia, legalità, democrazia sono anzitutto humus e vivaio, in cui i semi devono essere curati in tanti modi e un giorno dopo l’altro. Non a caso cultura è parola etimologicamente connessa con colere, che significa, appunto, “coltivare”.

Nella difficoltà di ricontestualizzazione nella complessità dell’oggi, queste parole si vanificano, si riducono a ‘etichette’, parole apparentemente comprensibili ma non possedute, parole in cui non si addensa più tutto quello che De Mauro aveva elencato nella citazione iniziale.

La ‘crisi’ di una società e di una cultura si manifesta anche in ‘crisi di parole’, in cui il senso linguistico viene pesantemente dissociato da quello culturale. D’altronde, come ha osservato Silvana Ferreri:

La parola intesa singolarmente, sia nel suo significante sia nel significato, è destinata a perdersi e a non radicarsi se non è posta in relazione con altre parole. Insegnare e imparare parole [...] è sempre insegnare e imparare qualcosa di complesso che richiede l’aiuto di un ambiente, di un contesto, di uno sfondo culturale, di una comunità linguistica, di uno spazio linguistico e culturale nel quale collocarsi e collocare per muoversi con consapevolezza. Apprendere una parola [...] è un interrelarsi con il mondo, con altre parole e altre lingue, con altre persone e con se stessi (Ferreri, 2005: 80).

In sintesi, sempre più spesso parole alte e dense, come quelle su cui stiamo qui riflettendo, si trasformano in parole ‘vane’.

Eppure, come ha recentemente ricordato anche Gustavo Zagrebelsky:

Essendo la democrazia una convivenza basata sul dialogo, il mezzo che permette il dialogo, cioè le parole, deve essere oggetto di una cura particolare [...]. Cura duplice: in quanto numero e in quanto qualità (Zagrebelsky, 2006).

1.3. povertà vecchie e nuove

Ancoriamo il discorso ad una affermazione non contestabile, ad una certezza. Una democrazia piena presuppone che cittadine e cittadini abbiano ben chiari statuti e funzioni delle Istituzioni della Repubblica e che possano approdare al giudizio informato sulle questioni costitutive del consorzio civile.

L’informazione è un bene di rilevanza primaria ma che – con la disuguaglianza di accessi e capacità d’uso – discrimina inesorabilmente le persone. Il circuito dell’informazione è marcatamente selettivo e produce nuovi poveri, nuovi esclusi.

In quella che non a caso viene definita “era della comunicazione”, chi non ha una formazione culturale e linguistica adeguata sprofonda con velocità crescente nel sottosviluppo e nell’abisso di multiformi e variegati svantaggi. E, guarda caso, lo svantaggio culturale spesso si coniuga, e si somma, a quello economico (in compenso, ci sono anche tanti ricchi – vecchi e nuovi – che però restano paria della competenza).

Perfino i nuovi media hanno ulteriormente divaricato la forbice che separa le persone. Come hanno sintetizzato Baldi e Savoia:

Le nuove tecnologie finiscono con l’accentuare le differenze tra i gruppi sociali che già possiedono l’informazione e quelli che, al contrario, non possono accedervi. A livello macrosociale, questo scarto ricalca differenze già note in ambito economico e culturale e contribuisce ad accentuare il gap tra società investite dal processo di modernizzazione e società che ne sono rimaste fuori. [...] infatti il destinatario ha un ruolo attivo nel processo di selezione delle informazioni oggetto della propria attenzione. Le persone, cioè, possono associare ad uno stesso messaggio una costruzione di significato differente in relazione alle proprie conoscenze e alle proprie esperienze. È noto che il divario di conoscenza (knowledge gap) esistente rispetto alle informazioni di partenza delle persone risulta in diretta correlazione con la condizione sociale ed economica, da un lato, e con il grado d’istruzione dall’altro. È facile comprendere, quindi, come l’esposizione alle medesime comunicazioni politiche di un pubblico informato e di un pubblico poco informato producano una differenza in ordine alla capacità di apprendimento e favoriscano l’accentuarsi dello scarto di conoscenza. Questa disparità nell’accesso all’informazione riflette un divario di ordine sociale e culturale. Infatti, il processo di globalizzazione determina una nuova distribuzione di privilegi e di privazioni riguardo ai diritti, alle ricchezze, al potere e alle libertà (Baldi-Savoia, 2006: pp. 42-43).

Dunque, nemmeno la cosiddetta ‘democrazia di Internet’ sfugge alle discriminazioni di competenze. Anzi:

La descrizione delle caratteristiche dei “nuovi analfabeti” ha indicato la contemporanea presenza di due situazioni: 1. la condizione di instabile equilibrio, in cui queste persone si trovano in relazione alla loro tenuta in un mondo sempre più complesso e sempre più difficilmente interpretabile; 2. la apparente normalità della loro condizione. Il paradosso del mondo globale è rappresentato dalla contiguità dei due mondi, quello della inclusione e quello della esclusione; la marginalità sociale è quel terreno di confine in cui sono collocate quantità sempre più numerose di persone che in ogni momento rischiano di finire fuori dei circuiti dei garantiti (Gallina, 2006: p. 36).

Anche Stefano Rodotà ha osservato:

La tecnologia è prodiga di promesse. Alla democrazia offre strumenti per combattere l'efficienza declinante, e arriva fino a proporne una rigenerazione. Ma, se guardiamo al mondo reale, alle tendenze in atto, rischiamo di incontrare sempre più spesso un uso delle tecnologie che rende capillare e continuo il controllo dei cittadini. A queste tendenze bisogna reagire, non solo per sfuggire ad una sorta di schizofrenia istituzionale che spinge verso la costruzione di un mondo diviso tra le speranze di libertà e l'insidia della sorveglianza. E' necessario soprattutto considerare realisticamente le dinamiche sociali, a cominciare da quelle che rischiano di produrre nuove diseguaglianze. Questo problema viene solitamente indicato con l'espressione digital divide, ed effettivamente l'uso delle tecnologie, di Internet in primo luogo, produce stratificazioni sociali, l'emergere di nuove categorie di haves e di have nots, di abbienti e non abbienti proprio per quanto riguarda la fondamentale risorsa dell'informazione. Ma le più attendibili ricerche sul digital divide mettono in evidenza che il divario tra paesi sviluppati e paesi meno sviluppati, per quanto riguarda l'accesso ad Internet, non può essere esaminato riferendosi prevalentemente alle differenze di reddito. Pur rimanendo profondissime, infatti, le distanze riguardanti Internet tendono a ridursi più rapidamente di quelle relative alla ricchezza. Questo vuol dire che i fattori influenti non sono tanto quelli economici, quanto piuttosto quelli sociali e culturali (Rodotà, 2007).

D’altronde resta vero quel che Umberto Eco osservava già in un articolo del 1992:

Mai come oggi quella che era una battuta, “fermate il mondo, voglio scendere”, diventa un appello disperato, e destinato a non ricevere alcuna soddisfazione. Questo è veramente quello che McLuhan chiamava il Villaggio Globale. Ma globale non tanto per l’utente dei mezzi elettronici, che si scopre ad amare e a volere quello che vogliono e amano i suoi dissimili a migliaia e migliaia di chilometri di distanza, perché da questa uniformità moltissimi possono anzi trarre motivo di soddisfazione e di pace interiore. Non globale perché ci permette di illuderci che ciascuno sia prossimo nostro, ma globale perché ovunque può presentarsi il volto del nemico, che non ti è prossimo, non vuole quello che vuoi tu, e neppure è disposto ad accontentarsi dell’altra guancia, perché intende mirare dritto al cuore. E non si può scendere, non vi sono fermate intermedie (Eco, 2004: 16).

Globalizzazione, complessificazione e accelerazione di saperi e tecnologie hanno parcellizzato e franto la conoscenza perfino ai livelli alti di istruzione.

Ormai non possiamo più analizzare il Paese solo in termini di analfabetismo strumentale[9], ma dobbiamo ragionare sempre più in termini di analfabetismo funzionale[10]: se quest’ultimo ci affligge più o meno tutti, chi è scarsamente istruito sprofonda a velocità crescente nella marginalizzazione e nell’emarginazione.

Quanti sono oggi i cittadini che hanno le abilità linguistiche indispensabili per affrontare al meglio la propria vita privata, sociale e professionale? Un tempo ‘per sopravvivere’ poteva bastare la sesta elementare: oggi, com’è noto, con la terza media si parla di “analfabetismo a rischio”.

L’indagine comparativa internazionale ALL (Adult Literacy and Life skills, Letteratismo e abilità per la vita) ha fatto emergere in tutta evidenza che:

Qualità della vita e positiva disposizione al cambiamento dipendono dal possesso di competenze alfabetiche funzionali [...]. Nella società attuale non è più sufficiente che una persona sappia leggere e scrivere frasi brevi, messaggi semplici e diretti; il cittadino italiano di oggi deve essere in grado di padroneggiare il processo che porta una persona a leggere e scrivere per raccogliere e produrre informazione efficace nella comunicazione sociale, nel lavoro e nello sviluppo di obiettivi e finalità di accrescimento personale (letteratismo). [...] la società attuale richiede il possesso di “patrimoni” di competenza di livello elevato (Gallina, 2006: 26-27)[11].

Dunque, oggi è ancor più essenziale sostenere e diffondere una linguistica educativa, nell’accezione definita da Tullio De Mauro e Silvana Ferreri:

Settore delle scienze del linguaggio che ha per oggetto la lingua (una lingua, ogni lingua) considerata in funzione dell’apprendimento linguistico e del più generale sviluppo delle capacità semiotiche. Della lingua o delle lingue da apprendere (lingua madre, lingue seconde, lingue straniere, lingue letterarie, microlingue, lingue specialistiche ecc.) o di loro parti pertinentizza quegli elementi linguistici che potenziano lo sviluppo del linguaggio, a partire dall’incremento del patrimonio linguistico già in possesso di chi apprende. Le pertinenze si misurano in base al grado di funzionalità rispetto alle possibilità di espansione dello spazio linguistico e culturale dei singoli parlanti e apprendenti. La linguistica educativa definisce ed elabora inoltre per il suo oggetto approcci, metodi, tecniche, risorse tecnologiche utili per facilitare lo sviluppo delle capacità semiotiche, ivi compreso l’insegnamento a scuola o in altri luoghi educativi» (De Mauro-Ferreri, 2005: 27).

1.4. il giudizio informato come chiave di lettura della realtà

Ma veniamo a una domanda esemplare, che potrebbe essere ripetuta rispetto a ciascuna Istituzione e a ciascuna questione.

In fatto di Giustizia dov’è che il cittadino si informa e, di conseguenza, si forma?

Ad esempio, come e dove costituisce la sua immagine dell’Istituzione Giustizia e del concreto realizzarsi della giurisdizione? La cultura – e la pratica – di legalità è ben più ampia della giurisdizione, ma la fiducia nell’equità e nell’efficienza della Giustizia ne è componente imprescindibile.

Nella civiltà contemporanea l’informazione è veicolata anzitutto dai mezzi di informazione di massa (orali e scritti) e la televisione, in particolare, si costituisce come medium per eccellenza, nel senso che è inclusivo del pubblico più ampio, anche perché richiede abilità alfabetiche e linguistiche più basse.

È indubbio che:

nella società post-moderna i meccanismi di potere appaiono legati ‘allo sviluppo dei mass media’ e della televisione. Quest’ultima implica il ‘guardare’ cioè un atto slegato dalla ‘localizzazione’ e che ottiene il controllo attraverso il fatto che ‘i molti guardano i pochi’. L’accesso ai media per esporvi le proprie opinioni riguarda ‘élites istituzionali’, cioè per lo più uomini degli strati sociali più elevati (nel potere politico, nell’industria privata, nella pubblica amministrazione) [...]. La comunicazione televisiva risulta associata [...] a un modo di trattar l’informazione coerente con stili di vita fortemente individualizzati. L’informazione è soggetta ai meccanismi della competizione, risultando eccessiva e fortemente connotata da procedimenti emotivi e di spettacolarizzazione per colpire il pubblico. In particolare, il discorso politico tende a perdere i contenuti in favore di procedimenti puramente retorici. I processi di individualizzazione incentrano la comunicazione sui sentimenti privati e sulle componenti biografiche individuali, riducendo complementarmente l’attenzione al quadro storico-culturale. La politica si orienta sugli aspetti della vita individuale e l’autorità [...] è definita da personaggi ‘celebri’, da ‘idoli’, che trasmettono il loro stile di vita al pubblico. Infine, l’informazione sul mondo è presentata come una ‘serie di eventi’ indipendenti tra loro che trasformano i cittadini in semplice pubblico. La miniaturizzazione della realtà operata dal mezzo televisivo viene rappresentata come una frantumazione della conoscenza che si correla alla localizzazione delle esperienze (Baldi-Savoia, 2006: 30).

E ne discende la constatazione, per più versi amara, che:

Qualunque cosa la TV faccia al mondo che abitiamo, tra i due sembra esserci una ‘perfetta corrispondenza’. Se la televisione guida il mondo è perché lo segue; se riesce a diffondere nuovi modelli di vita, è perché replica tali modelli nel proprio modo di essere (Bauman, 2005: 171).

Se questo è – come è – il quadro generale, sarebbe allora essenziale conoscere e capire, in modo mirato, quali sono i prodotti e i consumi mediali in relazione ai temi qui trattati: Giustizia e Legalità. In particolare, c’è da chiedersi quali siano:

  1. la quantità e la qualità dell’informazione ‘di settore’ prodotta dai media;
  2. la quantità e qualità dei consumi mediali su questi temi da parte dei cittadini e in particolare dei giovani;
  3. la capacità di uso critico dei media da parte degli individui e della collettività.

In proposito, peraltro, mi pare che non vada dimenticato che, come ha osservato Alessandra Marilli:

i giovani tendono a essere scettici e diffidenti nei confronti dell’informazione. Da molte loro affermazioni emerge una visione dell’informazione giornalistica incentrata sulla paura della manipolazione e sull’importanza della veridicità dei fatti. Un esempio significativo è rappresentato dal consumo di alcuni programmi televisivi di intrattenimento e di satira (come “Striscia la notizia” o “Le iene”), che i giovani sembrano apprezzare non tanto per le componenti ironiche o divertenti, quanto per la loro abilità[12] nello smascherare ingiustizie (Marilli, 2006: 188).

Di conseguenza, si impone come centrale la riflessione su quali siano le sedi, i momenti e le occasioni in cui si forniscono al cittadino strumenti e metodi per:

I. elaborare criticamente le informazioni trasmesse dai media;

II. accedere a informazioni di prima mano o di controllo, alternative o complementari rispetto ai consumi mediali.

2-4. Ho già trattato, a grandi linee, il modo in cui i massmedia costruiscono, e spesso opacizzano e falsano, la rappresentazione della “sfera pubblica” Giustizia in Bellucci, in stampa, a cui rinvio.

5. verso l’utopia concreta dei costituenti

In sintesi, come aveva ben chiaro già il Ministro Sabino Cassese con il suo “Codice di stile” del ’93 – poi seguito da altri progetti[13] – chi scrive e parla dalle Istituzioni della Repubblica è tenuto a sapere che democrazia e trasparenza presuppongono anche trasparenza linguistica[14].

La letteratura sullo «scrivere chiaro» – che dobbiamo anzitutto a Tullio De Mauro, Emanuela Piemontese e alla “Scuola romana” – è ormai corposa e largamente disponibile[15]. Eppure tutti noi continuiamo a constatare la permanenza di una diffusa cripticità della comunicazione istituzionale, in cui troppo spesso formulazioni oscure e orpelli retorici, tipici del linguaggio burocratico, si mescolano a linguaggi specialistici non mediati.

Come si può aver fiducia in uno Stato che nemmeno si capisce?

Certamente vanno invitati tutti i Magistrati a produrre testi – orali, scritti e trasmessi – comprensibili e accessibili, tenendo conto dei livelli di cultura, anche linguistica, dei destinatari: come abbiamo detto, siamo in un Paese notoriamente a bassi livelli di alfabetizzazione funzionale e a educazione alla cittadinanza nulla.

Senza questa consapevolezza e questo impegno si perde il fine proprio della comunicazione: le difficoltà linguistiche diventano una barriera insormontabile fra l’Istituzione e il Cittadino, “isolando” l’Istituzione e contemporaneamente limitando pesantemente il diritto di cittadinanza di milioni di persone. L’ufficialità dello Stato non può tradursi in ermetismo e a Chi parla dalle Istituzioni della Repubblica la cripticità non può e non deve essere consentita: è in gioco la democrazia.

Per rendere l’idea, con un flash, della distanza fra quanto in genere si presuppone che il Cittadino sappia e quanto invece realmente sa, mi limito a un piccolo esempio.

In una recente indagine, condotta presso l’Accademia della Crusca, sulle competenze lessicali di 342 Studenti di varie Facoltà delle Università toscane – e quindi con un “campione” intenzionalmente elitario[16] – Raffaella Setti ha rilevato che:

La parola che risulta meno conosciuta in questa batteria di test è però preterintenzionale con soltanto il 23,4% di risposte esatte, e anche qui si può notare come la risposta più scelta sia stata quella che faceva riferimento al prefisso pre ‘prima’ rispetto al meno conosciuto praeter ‘oltre’: è vero che, rispetto all’esempio precedente di antimeridiano, questa è una parola con un grado maggiore di tecnicità, ma è senza dubbio un termine ricorrente soprattutto in un certo tipo di informazione e di programmi radiotelevisivi e una conferma di quanto appena detto ci può venire dall’incrocio dei risultati relativi a questa domanda con quelli relativi alla frequenza con cui gli studenti universitari seguono programmi di approfondimento. Hanno infatti risposto correttamente il 25% di coloro che affermano di guardare tutti i giorni dibattiti o programmi di approfondimento, mentre la percentuale scende all’11,1% per coloro che dichiarano di non guardarne mai. Anche questo tipo di confronto è da prendere con molta cautela e, in questo caso, sono significativi, oltre alle percentuali, i valori assoluti perché in realtà la maggior parte degli intervistati si colloca nelle fasce intermedie, tra coloro quindi che seguono questo genere di programmi qualche volta alla settimana o al mese (e qui si tocca la percentuale del 34,2% di risposte esatte).

Con quale frequenza guardi dibattiti / programmi di approfondimento? /Preterintenzionale

Frequenza
a. Commesso senza la volontà di nuocere
b. Che va oltre le intenzioni di chi agisce
c. Programmato con precisione, deciso con anticipo
Tutti i giorni
15
25
60
Qualche volta sett.
17,4
25
57,6
Una volta sett.
22
17,1
61
Qualche volta mese
7,9
34,2
57,9
Più raramente
20,5
25,6
53,8
Mai
11,1
11,1
77,8

Per migliorare questo dato sarebbe forse bastata la lettura di un agile e divertente libro del magistrato/scrittore Gianrico Carofiglio, che mostra nei suoi romanzi una notevole sensibilità riguardo al problema della comprensione del linguaggio giuridico, aggiungendo glosse e spiegazioni a termini che possono risultare oscuri al lettore non specialista. A p. 248 del suo Ad occhi chiusi troviamo appunto una di queste glosse per l’aggettivo preterintenzionale “... e lo condannò a sedici anni di carcere, derubricando l’imputazione di omicidio volontario in quella di omicidio preterintenzionale. Il concetto era, in italiano comune: è andato lì per massacrarla di botte ma non aveva intenzione di ucciderla (Setti, 2006: 3-4)

Purtroppo non possiamo proprio affermare che tutti i Magistrati dimostrino sempre una simile attenzione e altrettanta abilità. Ad esempio, non sono pochi i libri scritti da Magistrati al fine di rendere meglio noti processi o problemi di rilievo pubblico, ma che poi risultano comprensibili ai soli Operatori di settore proprio per il registro linguistico utilizzato e per cui si perde il primo obiettivo della pubblicazione stessa. Osservazioni confrontabili potrebbero essere fatti per interviste e interventi sui media, comunicati stampa, ecc.

Attualmente, in questo come in altri settori professionali, la capacità di passare da varietà specialistiche dell’italiano (in questo caso l’italiano giuridico o, peggio ancora, giuridico-burocratico) ad un italiano comune a larga comprensibilità, in assenza di formazione specifica, è lasciata alle competenze e alle scelte individuali. Diffusissima anche la continua tendenza all’inutile innalzamento di registro, senza la consapevolezza che l’italiano eccessivamente formale non solo taglia fuori molte persone ma, aggiuntivamente, “pone e marca distanza”. L’eccesso di settorialità e tecnicsmo, poi, produce spesso totale impenetrabilità del discorso.

Elementi – questi – che influiscono non poco nel creare una percezione della Magistratura come “corpo separato”, “casta”, “turris eburnea” dell’isolamento e del tradizionalismo.

La separatezza linguistica – quando inutile o elitaria – alimenta solitudine da entrambe le parti e finisce con il frangere irrimediabilmente ciò che dovrebbe essere socialmente coeso.

La dimensione linguistica è correlata e pertinente anche nel “cammino verso i diritti” così ben delineato da Gianfranco Gilardi:

se la giurisdizione ha come unico scopo quello di tutelare i diritti, l’organizzazione giudiziaria deve essere concepita come progetto tutto rivolto a questo obiettivo [...], perseguendo un’idea di governo autonomo non come spazio riservato e chiuso in se stesso, ma come luogo aperto all’ascolto ed alla collaborazione. [...] questa è la premessa per realizzare una maggiore solidarietà intorno ai problemi della giustizia e per creare una comune tensione verso il loro superamento [...]. Ciò che avanza nella realtà dei distretti giudiziari italiani, con il volto di donne e di uomini, che fanno i magistrati, gli avvocati, i cancellieri, i dirigenti amministrativi, che insegnano nelle università parlando ai ragazzi [...], è il cammino in avanti verso i diritti, un’onda orizzontale contrapposta all’idea del “governo dall’alto” della giurisdizione e della giurisprudenza a cui si è dedicata tanta cura quanta se ne è sottratta ai bisogni di giustizia dei cittadini (Gilardi, 2006).

Non si costruiranno né pensieri complessi, né giudizi informati a prescindere dalla dimensione linguistica.

Facciamo sì che giustizia, legalità e democrazia restino parole alte e dense e che «il loro significato e la loro attuazione si offrano uguali a tutti i cittadini»[17].

Ricordiamo che la qualità di quelle parole denota e connota anche la qualità del nostro “stare insieme” all’insegna della Repubblica.

È anche “il cammino delle competenze” che deve farci uscire dal pessimismo e dal disimpegno. Si tratta di un percorso né breve né facile, ma, come ha affermato De Mauro, l’alternativa a questo “oggi” è:

un mondo in cui tutte e tutti possano essere, a turno, governanti e governati [...], e quindi tutte e tutti abbiano una sufficiente dote di competenze per muoversi liberamente nello spazio delle società e delle culture (alte e basse, tecniche e intellettuali) e per capire la follia dello scannarsi a vicenda tra popoli, culture, credenze [...]. Sogno utopico? Io credo che siamo già in molti a sognarlo nel mondo, dal Sud al Nord del mondo, nelle Americhe, in Africa, nella eterogenea Eurasia. Del resto qualcosa del genere sognavano nel 1947 i nostri padri Costituenti, quando con l’articolo 3 della Costituzione prescrivevano come “compito della Repubblica” l’eguaglianza sostanziale di tutte le persone perché tutti potessero partecipare alla pari alla vita sociale e pubblica. Non siamo pochi e non siamo soltanto sognatori. Forse tra noi ci conosciamo ancora poco. Ma, insieme, il mondo che vorremmo potrebbe essere vicino, anche in Italia (De Mauro, 2004: 233-234).

Tocca a noi – come singoli e come collettività – riappropriarci dell’etica della responsabilità e impegnare ciò che siamo, sentiamo, sappiamo per avviarci proprio verso “quella” alternativa.

6. conclusioni

A questo punto sorge spontanea la domanda “Che fare?”, anche se in realtà la risposta è implicita in ciò che abbiamo già detto.

Tutte le analisi della società contemporanea ci dimostrano in modo inequivocabile che la formazione linguistica ricevuta nell’iter scolastico e universitario per lo più è largamente insufficiente per espletare al meglio la propria professionalità, per inverare democraticamente l’Istituzione Giustizia e per alimentare coesione sociale.

è ovvio che andrebbero anzitutto introdotti nelle Facoltà di Giurisprudenza un modulo di Redazione di provvedimenti e atti scritti e un modulo di Formazione al dibattimento (cross examination)[18] e, oserei dire, anche un modulo di Media Education.

Ma ciò che ci interessa qui è specificamente l’ottimizzazione, anche in ottemperanza alla Convenzione di Lisbona, della:

a. formazione in servizio;

b. formazione dei Formatori e degli Addetti alle Relazioni Pubbliche;

c. attività dell’Associazionismo dei Magistrati.

Il linguista – come ogni altro disciplinarista – può fare solo da consulente tecnico, e “non oltre”, per cui a questo punto la riflessione si sposta e ritorna alle Sedi proprie che ne hanno competenza: CSM, Scuola di formazione, Associazionismo dei Magistrati. La Magistratura deve, cioè, riconoscere che anche al suo esterno esistono competenze utili a cui ricorrere, ma restando perita peritorum a livello decisionale, in una collaborazione che sia contemporaneamente esente dalla presunzione del tuttologo e da altrettanto inopportuni complessi d’inferiorità rispetto ai saperi accademici.

Da linguista posso solo registrare alcuni “dati di fatto”.

Negli ultimi anni sia la Formazione del Consiglio Nazionale Forense[19] sia la Formazione – centrale e decentrata – del Consiglio Superiore della Magistratura hanno cominciato a introdurre la figura del linguista, essenzialmente in rapporto alla redazione di atti scritti, in particolare della Motivazione delle Sentenze[20].

Non è poco. Ciò dimostra che si è capito che il linguista studia il funzionamento delle lingue e dei linguaggi e non è semplicemente amante di un accessorio “bello scrivere”, né pone solo “questioni di stile”[21]. In pratica, si è finalmente cominciato a ragionare in termini di alfabetizzazione funzionale alla professione o, se si preferisce, di letteratismo e abilità per la vita[22].

Direi invece che, almeno per ora, resta totalmente delegata allo spontaneismo e alla buona volontà dei singoli la Formazione dei Formatori e degli Addetti alle Relazioni Pubbliche. Altrettanto avviene nell’Associazionismo dei Magistrati, anche se sono iniziate una riflessione e una discussione collettiva in proposito, che, ad esempio, affiorano periodicamente nelle mailing list dei Gruppi associativi.

Per quanto riguarda la Media Education, la mia presenza qui documenta che al CSM si è capito che, quando si analizzano i media, il dialogo diventa più proficuo se si mettono a confronto, gli Operatori interessati dei diversi settori – nel nostro caso Magistrati che sono contemporaneamente Soggetti operanti all’interno dei mondi che stiamo esaminando, Giornalisti e Magistrati tout court – ma anche Chi opera invece nel campo della ricerca. Vanno, cioè, messi a confronto e in sinergia i saperi insostituibili acquisiti nell’esperienza diretta da Chi lavora sul campo e le competenze di natura teorica di chi ha assunto questi temi a oggetto del proprio studio.

Peraltro sarebbe forse un errore omettere che attualmente in Italia – fatte salve brillanti eccezioni – anche alcuni Giornalisti hanno una formazione magari maturata nel passato[23] e talvolta inadeguata[24]. Certamente la situazione concreta è tale da non permettere l’aggiornamento e la formazione continua che l’altissimo dinamismo dei saperi oggi richiederebbe in ogni ambito professionale. Ma abbiamo già detto quanto sia problematica la situazione nel settore ed è sotto gli occhi di tutti, ad esempio, quanto poco si investa sul giornalismo d’inchiesta.

Anche qui, appunto, occorre tener conto della ricerca teorica e, soprattutto, applicata: la sola capace di produrre innovazione e sviluppo e anche, non secondariamente, omogeneizzazione delle competenze in un’Italia che si presenta sempre con abilità delegate ai Singoli e di conseguenza “a macchia di leopardo”.

Concludo il mio discorso ricordando che la lingua serve sì a trasmettere informazioni – per cui bisogna imparare a farlo in modo chiaro e accessibile – ma la lingua serve anche a creare la qualità delle relazioni interpersonali, ha una funzione euristica e cognitiva, e così via. Per tutto questo certo non può bastare la conoscenza stereotipica dell’italiano giuridico-burocratico.

Parlare e scrivere – come insegna la sociolinguistica[25] – è un continuo scegliere tra varietà[26] e registri[27] di lingua e molto altro ancora. La lingua è un insieme articolato e multiplanare, ben lontano da quello strumento monolitico e omogeneo che talvolta ci viene presentato[28]: c’è una lingua per scrivere le sentenze, una lingua per gli interrogatori o per il dibattimento, una lingua con cui raggiungere i destinatari dei media o per fare un comunicato stampa, una lingua per dialogare con i cittadini, una competenza linguistica ancora diversa per ascoltare e decodificare criticamente i media, ecc. ecc.[29]

Ma allora si impone una deduzione concreta e fattiva; occorre:

I. ampliare in Tutti la gamma di variazione all’interno dello spazio linguistico e culturale del repertorio italiano[30];

II. dare quelle competenze che fungono da “bussola di orientamento” per scegliere fra le diverse opzioni di volta in volta possibili.

Bisogna procedere senza inutili complessi – perché siamo tutti, sia pure in gradi e declinazioni differenziati, degli “analfabeti funzionali”[31] – ma anche con determinazione a conquistare le abilità che servono per la vita, professionale e personale.

Di sicuro per il linguista non è abile linguisticamente – come invece talvolta ci hanno insegnato a scuola – chi “parla sempre come un libro stampato” o si esprime con un linguaggio spasmodicamente proteso verso la massima formalità e la impenetrabile settorialità: così si pongono solo ostacoli e rumori al passaggio del flusso comunicativo e si marcano separatezza e distanza.

In realtà è abile linguisticamente solo chi ha fluida, ricca e varia mobilità nello spazio linguistico, chi è capace di adeguare di volta in volta il suo dire e il suo scrivere alla situazione, agli interlocutori, alla funzione linguistica e agli scopi (sociali e individuali)[32] che di volta in volta si propone, oltre che al canale che concretamente utilizza (parlato, scritto, trasmesso, comunicazione mediata dal computer o telematica)[33]. In sintesi, è linguisticamente abile chi ha un’alta competenza comunicativa[34], cioè, nel nostro caso, chi possiede il più alto numero di varietà e registri dell’italiano e conosce le regole sociali d’uso e di selezione[35].

Come diceva già Ferdinand de Saussure, la lingua è fatta per vivere nella società come un vascello è fatto per navigare il mare. E nessuno può guidare un vascello dritto e sicuro sulla sua rotta e verso la sua meta senza aver imparato a farlo.


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Laboratorio di Linguistica Giudiziaria – LaLiGi
Dipartimento di Linguistica
Università degli Studi di Firenze

Gruppo di ricerca

Direttrice: Patrizia Bellucci. Collaboratori: Cristina Aiolli, Caterina Albani, Paolo Belardinelli, Marco Biffi, Neri Binazzi, Andrea Borri, Angela Cavallaro, Tiziana Chiappelli, Vera Gheno, Carmen Lucia, Alessandra Marilli, Maria Palmerini, Erica Romagnoli, Maurizio Sarcoli, Raffaella Setti, Maria Cristina Torchia. Segreteria organizzativa: Vanda Butera. Personale tecnico-scientifico del Dipartimento: Cecilia Picchi.

Obiettivi e ambiti della ricerca

Il LaLiGi svolge attività scientifica anzitutto nell’ambito della linguistica giudiziaria italiana, tema di evidente rilevanza, sia nell’ambito degli studi linguistici, sia a fini di formazione e aggiornamento linguistici di varie professionalità di settore. La ricerca tende anche a colmare un ritardo ed un relativo vuoto italiano – sia pur con brillanti eccezioni – rispetto alla Forensic Linguistics, ben più radicata e praticata in ambito internazionale.

Se la metodologia di lavoro è evidentemente linguistica, l’obiettivo che accomuna il gruppo è anche istituzionale e sociale, nella convinzione forte che le Istituzioni democratiche della Repubblica e l’esigenza di legalità debbano essere sostenute dalle competenze specialistiche.

La ricerca, focalizzata anzitutto sull’attuazione della Giustizia a partire dai processi penali, prende in considerazione aspetti e problemi di natura linguistica, spesso con forte ricaduta applicativa.

Le direzioni in cui si articola la ricerca all’interno del LaLiGi sono varie e includono:

· La fase delle indagini preliminari, con particolare attenzione alle intercettazioni telefoniche e ambientali e alle varie e complesse attività di verbalizzazione, anche in rapporto alla loro ricaduta nel processo.

· La celebrazione di processi penali, analizzati a partire dal Dibattimento - visto nella sua dimensione di evento linguistico ritualizzato e codificato e di interazione orale tipicamente asimmetrica - fino alla Sentenza e ai successivi gradi di Giudizio. Si analizzano sia procedimenti di tipo “ordinario”, sia processi alla criminalità organizzata, per strage, ecc.

· L’interazione giudiziaria con persone in condizioni di svantaggio sociolinguistico e socioculturale: cittadini di estrazione sociale e culturale bassa, immigrati, donne, minori, persone con disagi/disturbi psichici, ecc. Questo aspetto della ricerca è teso ad individuare sia i problemi interazionali di natura linguistica, sia gli eventuali stereotipi documentati nell’interazione.

· La dialettologia forense: la dialettofonia all’interno dei procedimenti penali.

· La conversione dell’oralità del Dibattimento nella trascrizione agli Atti.

· I processi civili, anche in considerazione della capillarità d’impatto della Giustizia civile sulla cittadinanza; l’oralità e le tecniche di mediazione e conciliazione nel processo civile.

· La scrittura degli operatori del diritto e la redazione dei provvedimenti.

· La videoscrittura in ambito giudiziario.

· La lingua giudiziaria in diacronia.

· La radio- e tele-trasmissione di processi penali e la rappresentazione massmediatica della Giustizia: la ricerca esamina la mediazione linguistica dei giornalisti e le caratteristiche linguistiche dei diversi ‘contenitori’ mediatici (orali e scritti), sia in relazione alla rappresentazione della Giustizia in generale che, più puntualmente, alla cronaca giudiziaria. Sono inclusi fiction, talk show e altre trasmissioni televisive, documentari, film e produzioni cinematografiche. L’analisi è finalizzata anche a formazione e aggiornamento degli Operatori dei media, a partire da giornalisti, conduttori, ecc.

· La comunicazione pubblica (scritta, trasmessa e telematica) delle Istituzioni preposte all’attuazione della Giustizia e alla prevenzione del crimine.

· La formazione e l’aggiornamento linguistico degli Addetti ai lavori nell’ambito della Giustizia, a partire da una mappatura delle competenze linguistiche indispensabili, da introdurre omogeneamente nella formazione professionale e nell’aggiornamento di: Operatori del diritto, Polizia Giudiziaria, Resocontisti giudiziari, ecc.

· L’aggiornamento degli Insegnanti, in modo che possano svolgere compiti di: a) educazione linguistica alla legalità democratica; b) educazione all’analisi di testi non letterari, interazioni asimmetriche, variazione del repertorio linguistico e usi speciali della lingua in ambito giuridico e giudiziario, c) educazione all’uso critico dei media (orali e scritti) in relazione sia alla cronaca giudiziaria, sia – più latamente – alla rappresentazione massmediatica della Giustizia. In sintesi, si tratta di offrire ai giovani strumenti linguistici indispensabili anche per la realizzazione della loro dimensione di “cittadini”, nell’ambito di una alfabetizzazione funzionale ormai sempre più richiesta dalla crescente complessità sociale.

· La revisione linguistica e la semplificazione della comunicazione pubblica e di testi istituzionali.

Per una descrizione più analitica: cfr http://www.patriziabellucci.it/laligi.htm o http://www.unifi.it/linguistica/laligi.html.



[1] Sul concetto di “sfera pubblica” cfr. tra gli Altri, Privitera, 2001.

[2] Sulle radici della parola, cfr. De Mauro, 2005.

[3] Testa, 2004: 20-21.

[4] Cfr., ad esempio, Berlinguer, 2005, Bruti Liberati, 2005 e Pepino, 2006.

[5] In relazione ai giovani fiorentini, Vittorio Mete ha rilevato che riguardo all’ammissibilità dei comportamenti illegali: «Posti davanti alla scelta di giudicare “sempre ammissibile”, “a volte ammissibile a volte no” o “ammissibile in nessun caso” una serie di comportamenti evidentemente illegali, una buona parte del campione ha optato per l’ambigua via di mezzo. Ciò conduce a ritenere che tra i giovani coinvolti nell’indagine sia prevalente un’interpretazione soggettiva, ed a volte strumentale, delle regole. L’ammissibilità dei comportamenti sembra dipendere dalla posizione che assume chi risponde. è evidente che se si schiera dalla parte di chi ha commesso un’infrazione è più propenso a minimizzare l’accaduto e a ridurre al minimo le conseguenze dell’atto; se invece è parte lesa, l’atteggiamento prevalente sembra essere quello della “tolleranza zero”. Questa ambiguità di fondo si manifesta anche a proposito della dimensione dell’omertà e della solidarietà alla vittima o al colpevole» (Mete, 2002: 102).

[6] Gli Studenti fiorentini suggeriscono, per ridurre i comportamenti illegali, anzitutto il rafforzamento delle forze di polizia presenti sul territorio, ma appaiono consapevoli dell’importanza del ruolo che la Scuola potrebbe svolgere nell’affermare una più solida cultura della legalità nelle giovani generazioni: cfr. Mete, 2002: 103.

[7] Le Istituzioni e le leggi hanno assunto un altissimo grado di complessità – e talvolta anche di incoerenza – oltre che di incomprensibilità (cfr. De Mauro, in stampa). Di conseguenza, le une e le altre non sono intese, e ancor meno ‘vissute’, come espressione della volontà popolare: anzi, entrambe sono percepite come di proprietà e di pertinenza esclusive di potenti e addetti ai lavori. Per converso, ci sia ancora di luminoso esempio il linguaggio della Costituzione, su cui cfr. il bel saggio di De Mauro, 2006.

[8] Cfr. anche Simone, 2005 e Ginsborg, 2006.

[9] Si definisce analfabetismo strumentale la condizione di chi non ha ricevuto i rudimenti della lettura e scrittura.

[10] Si definisce analfabetismo funzionale la condizione di chi, pur possedendo i rudimenti della lettura/scrittura, non ha la capacità di assolvere alle varie funzioni operative. Già nel 1991 Lucio Pagnoncelli scriveva: «il problema di fondo, al di là delle singole ricerche e teorizzazioni resta sempre quello del che cosa intendiamo per analfabetismo funzionale. Il concetto (e le popolazioni di riferimento) si può allargare e restringere a seconda che noi consideriamo come obiettivo di un accettabile alfabetismo funzionale, ad esempio, la capacità di utilizzare correttamente un orario ferroviario o la capacità di aggiornarsi nel proprio lavoro, se ci riferiamo a una crescita di conoscenze (ambientali, tecnologiche, linguistiche ecc) o all’acquisizione di abilità generali (problem solving, capacità relazionali, di ricerca, di autoprogettazione ecc.). Il problema della definizione, cioè, si rivela in ultima analisi soggettivo e, nei fatti, squisitamente politico. Esso varia a seconda che noi assumiamo un modello di cittadino fornito di qualche capacità in più o un modello di cittadino capace di comprendere il cambiamento e di contribuire a governarlo». Io uso qui la definizione nella sua accezione larga. Sul tema cfr. anche De Mauro, in stampa e Gallina, 2006.

[11] Cfr. anche De Mauro, in stampa.

[12] Talvolta presunta, quasi sempre indiscussa, aggiungo io.

[13] Cfr. Chiaro! Progetto per la semplificazione del linguaggio amministrativo – di cui in http://www.funzionepubblica.it/chiaro – e gli studi correlati.

[14] Cfr. De Mauro in http://www.dueparole.it: «Le parole sono fatte, prima che per essere dette, per essere capite: proprio per questo, diceva un filosofo [i.e. Zenone], gli dei ci hanno dato una lingua e due orecchie. Chi non si fa capire viola la libertà di parola dei suoi ascoltatori. È un maleducato, se parla in privato e da privato. È qualcosa di peggio se è un giornalista, un insegnante, un dipendente pubblico, un eletto dal popolo. Chi è al servizio di un pubblico ha il dovere costituzionale di farsi capire».

[15] Sull’argomento mi sono già espressa in più occasioni e in diverse sedi: cfr., ad esempio, Bellucci, 2005a-b e 2006 a-d.

[16] Si tratta infatti di “giovani”, “studenti universitari”, “in aree urbane della Regione che è considerata ‘culla della lingua’” e, di conseguenza, i risultati sono ampiamente ottimistici se riferiti alla totalità dei cittadini italiani (senza nemmeno citare i tanti immigrati o parlanti solo dialetto.

[17] Ferreri in Ferreri-Bellucci, in stampa.

[18] All’Università di Firenze nel 2004 abbiamo costituito il primo Laboratorio di Linguistica Giudiziaria – su cui cfr. Allegato finale – e l’Università di Roma Tre ha appena bandito un posto di Ricercatore in Linguistica presso la Facoltà di Giurisprudenza. Sono “gocce in un deserto”, ma sufficienti per indicare una direzione di sviluppo, che ci porti anche ad un riallineamento con quanto avviene in altri Paesi.

[19] Anche grazie alla personale sensibilità linguistica dell’Avv. Alarico Mariani Marini.

[20] Cfr. anche Bellucci, 2005b e 2006a-d.

[21] Cfr. De Mauro, 2002 e Lombardi Vallauri, 2007.

[22] Cfr. ancora Gallina, 2006 e De Mauro, in stampa.

[23] E quindi, tra l’altro, in tempi precedenti allo sviluppo, e talvolta alla nascita, di intere aree disciplinari.

[24] Anche nei Corsi di laurea in Scienze della Comunicazione e nelle Scuole di giornalismo le competenze di natura linguistica e semiologica andrebbero introdotte sistematicamente, a differenza di quanto avviene oggi.

[25] Cfr. Berruto, 20032: 9-10: «la Sociolinguistica è un settore delle scienze del linguaggio che studia le dimensioni sociali della lingua e del comportamento linguistico, vale a dire i fatti e fenomeni linguistici che, e in quanto, hanno rilevanza sociale [...]. In sostanza, la Sociolinguistica si configura come una ‘sorta di linguistica dei parlanti’ (beninteso, spogliando tale formulazione dal sapore psicologico o idealistico che può avere nel clima culturale italiano), invece che del sistema: [...] la Sociolinguistica in fondo si interessa di come parla la gente». Cfr. anche Berruto, 2004.

[26] Cfr. Berruto, 20032: 62-63: «Ogni membro riconoscibile di un repertorio linguistico costituisce una varietà di lingua […]. Ciò che individua una varietà di lingua è il co-occorrere, il presentarsi assieme, di certi elementi, forme e tratti di un sistema linguistico e di certe proprietà del contesto d’uso: dal punto di vista del parlante comune una varietà di lingua è infatti designabile come il modo in cui parla un gruppo di persone o il modo in cui si parla in date situazioni. Le varietà di lingua sono insomma la realizzazione del sistema linguistico in, o meglio presso, classi di utenti e di usi ».

[27] Si chiamano registri le varietà di lingua connesse al diverso grado di formalità dell’interazione.

[28] Cfr. Berruto, 20032: 65: «Una lingua è vista dal sociolinguista come una somma di varietà; e più precisamente come una somma logica di varietà, data dalla parte comune a tutte le varietà (il nucleo invariabile del sistema linguistico) più le parti specifiche di ogni singola varietà o gruppi di varietà».

[29] Non è raro il caso, ad esempio, di Magistrati che scrivono libri per rendere più noti processi di rilievo pubblico e che poi scrivono in un modo tale per cui quei libri risulteranno comprensibili solo agli addetti ai lavori, perdendo quindi per via linguistica il proprio obiettivo.

[30] Sulla nozione di repertorio linguistico, con cui si designa l’insieme di codici linguistici e loro varietà posseduti da una comunità linguistica o da un singolo parlante, cfr. Berruto, 20032: 60-66 e in particolare: «si può definire come repertorio linguistico l’insieme delle risorse linguistiche possedute dai membri di una comunità linguistica [...]. Il concetto di repertorio linguistico non va semplicisticamente inteso come una mera somma lineare di varietà di lingua, ma comprende anche, e in maniera sostanziale, i rapporti fra di esse e i modi in cui questi si atteggiano, la loro gerarchia e le norme di impiego». Come si vede, il concetto di repertorio è strettamente legato a quello di comunità linguistica. In Italia il repertorio può essere monolingue – come in Toscana, in cui dialetto e lingua appartengono allo stesso codice – ma in genere è bilingue, poiché dialetto e lingua costituiscono codici distinti. Con codice si intende un insieme di segni e di regole di combinazione di questi segni.

[31] E il linguista è il primo a saperlo di se stesso... Ma, quando si identifica con chiarezza un problema, poi si è in grado di cercare progressive soluzioni al problema stesso: solo dal socratico “sapere di non sapere” si approda a pezzetti crescenti di sapere.

[32] Cfr. Duranti, 1992.

[33] Cfr. Berruto, 20032 e Cardona, 2006.

[34] Cfr. Berruto, 20032: 66-71, Cardona, 2006. I parlanti di una data comunità linguistica condividono non solo la conoscenza di diverse varietà del repertorio linguistico, ma anche la competenza delle regole di tipo sociale che governano l'uso e la scelta dell'una o dell'altra varietà del repertorio. La comunità linguistica, dunque, condivide una competenza linguistica, ma anche una competenza comunicativa, che porta a riconoscere l'appropriatezza situazionale e funzionale, che regola l'utilizzazione di ciascuna varietà di ciascun codice del repertorio linguistico di una data comunità

[35] In relazione alla specifica professionalità degli Operatori del diritto e in particolare dei Magistrati, cfr. anche Bellucci, 2005a.